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68. Le ipertrofie dell’io: Lectio magistralis di Luciano Canfora

Comunicato n. 68 - 16 maggio 2009

Luciano Canfora, professore ordinario di Filologia greca e latina presso l’Università di Bari, nella sua lectio magistralis Le ipertrofie dell’Io analizza la sottile linea che separa i concetti di democrazia e cesarismo.

Nella lectio, Canfora analizza il concetto di cesarismo e la sua evoluzione nella storia utilizzando concetti di Theodor Mommsen, Luciano Bonaparte, Karl Marx, Antonio Gramsci e Max Weber. Partendo dal tema della Fiera, “Io, gli altri”, descrive attraverso una prospettiva diacronica la costante esigenza dei popoli di incoronare un leader, un Cesare, un capo carismatico. “Il 15 marzo del 44 a.C., alla morte di Cesare,  una folla di stranieri accorse per rendere onore al dittatore, ognuno secondo le proprie usanze: gli ebrei tornarono per notti e notti, segno che era morto un monarca universale. Nel libro VII Tito Livio descrive Cesare come “l’uomo nella storia più alto per intelletto, rapido come il baleno, capace di dettare quattro lettere contemporaneamente. Durante la guerra civile uccise più di un milione di persone; dotato della virtù della clemenza, cosa che coloro che aveva graziato non ebbero con lui “.

Una delle letture che inquadra la grandezza della figura dell’imperatore romano è quella di Theodor Mommsen, premio Nobel per la letteratura nel 1902, autore della monumentale Storia di Roma. Lo storico tedesco sostiene che gli uomini comuni vedono il frutto del proprio lavoro; al contrario, i semi del lavoro dei grandi uomini fioriscono lentamente e i frutti si vedono anni e anni dopo la loro morte: “Passarono secoli prima di capire che Cesare aveva fondato la romanizzazione dell’Occidente”. Così affiora nella storia il concetto di cesarismo, applicato anche ad altri imperatori: per esempio i Bonaparte. Theodor Mommsen ritiene che l’idea di cesarismo nasca nel XIX secolo e non sia applicabile alla storia dell’antichità. E qui Canfora chiama in causa direttamente un membro della dinastia: Luciano Bonaparte, che nel suo saggio L’arte di rendere utili le rivoluzioni ritiene Napoleone superiore a Giulio Cesare, che ha ceduto ai suoi debitori, mentre il generale dopo la rivoluzione si schiera dalla parte della nobiltà, dei cultivés: “Nei popoli e nelle rivoluzioni l’aristocrazia esiste sempre. Bisogna eliminarla nella nobiltà, nelle vecchie casate. Il potere personale non cede alle classi demagogiche, ma governa con esse”. Canfora vede in questo passaggio la formazione della legge ferrea dell’oligarchia, ricordando che “Pompeo fu sconfitto perchè non aveva  il popolo dalla sua parte”.

Il cesarismo è quindi definito letteralmente come il dominio di prìncipi portati al governo dalla democrazia, ma diventati poi assoluto. In polemica con il monumento che Victor Hugo costruisce intorno alla figura di Napoleone III, Marx si scaglia contro il secondo Bonaparte, reo di aver estirpato il potere e escluso le fasce umili, il popolo. Al contrario“ a Roma solo gli schiavi erano politicamente passivi”. Nei quaderni del ’32 e del ’33 Gramsci distingue due forme di cesarismo: “quello regressivo di Napoleone III e quello progressivo di Marx”. E aggiunge, in In morte di Lenin, “Ogni stato è una dittatura, si costituisce intorno a un numero ristretto di uomini, che a loro volta si rifanno a uno”.

Nel primo dopoguerra, in cui la storia del pensiero politico è segnata dalla Poltica come professione di Max Weber, nasce il concetto di capo carismatico, l’etica dei principi che si intreccia all’etica della responsabilità. La fascinazione del carisma crea i demoni dei fascismi e delle dittature del XX secolo; Luciano Canfora individua le costituzioni post belliche come le forme più raffinate di diritto e lontane da forme di personalizzazione del potere. Ma “questa stagione fu breve, nel 1958 durante la guerra di Algeri e il ritorno del generale De Gualle, improvvisamente sugli Champs-Élysées la gente urlava il suo nome. Parallelamente sorgeva in Germania l’alba dell’era dei grandi cancellieri. Quanto all’ Italia... Un graduale in deterius fino ad arrivare al “caudillismo operettistico” di cui siamo ogni giorno spettatori.”

Sala Rossa, ore 12.00, sabato 16 maggio 2008
Pietro Martinetti

 

 



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