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Petit maître nell’universo dei giornali a partire dall’invenzione dell’«Italiano» (1926-1942) , Leo Longanesi acquista un grande spicco nella galassia della stampa e dell’editoria italiane con la realizzazione del settimanale a rotocalco «Omnibus» (1937-1939). Il suo distacco dal fascismo si rovescia in una linea apertamente antiantifascista e anticomunista. La casa editrice aperta a Milano nel 1946 e il nuovo periodico «Il Borghese» (1950) costituiscono una sorta di controcanto ‘da destra’ all’orientamento crociano-salveminiano del «Mondo» , e testimoniano una divisione radicale tra la sarcastica irrisione del presente, e dei valori emersi dalla Resistenza e codificati nella Costituzione repubblicana, e la celebrazione dei miti e dei riti di un’Italia borghese irreparabilmente estinta.
In alcuni suoi libri (Parliamo dell’elefante, In piedi e seduti, Il destino ha cambiato cavallo) una visione del mondo sempre più accentuatamente ‘reazionaria’ si manifesta nelle forme concentratissime di una scrittura scorciata, capace di esiti aforisticamente graffianti e abrasivi.

L'influenza
Il rilievo di Longanesi nella storia del giornalismo, dell’editoria e delle arti figurative del Novecento si fonda anche sulla prodigiosa competenza dell’illustratore, del grafico, del tipografo d’eccezione, ispirato dall’ascetica purezza di Bodoni. Per questo «Omnibus» è l’autentico archetipo dei periodici di informazione e di costume che vedranno la luce negli ultimi anni del fascismo e nel primo decennio della repubblica («L’Europeo» di Arrigo Benedetti, «Il Mondo» di Mario Pannunzio, «L’Espresso» dello stesso Benedetti).
La critica
“Enfant terribile, dapprima del fascismo, poi di quel post-fascismo, che gli dette quasi altrettante delusioni (che cosa non poteva deludere Longanesi?), egli ebbe sempre quell’aspetto sbarazzino di eterno ragazzo, che tanto si accordava con la pungente arguzia del suo stile di scrittore e di uomo. Autore di aforismi e di pagine, più che di libri, polemista, editore di libri e di riviste (quante?) che portavano il segno del suo gusto e che furono largamente imitate nella veste esteriore e nell’intonazione, pittore e caricaturista ricco di estro e di umore, egli era soprattutto un moralista, che, a modo suo, amava ardentemente l’Italia: quell’Italia che avrebbe voluto purgare dei difetti ch’erano, in qualche e diversa misura, anche i suoi”.
Eugenio Montale
“ La vocazione di Longanesi non è quella specifica dello scrittore: bisognerebbe coniare una parola nuova – qualcosa come «etografo», «etologia» – per designare quella sua attitudine a sorprendere il costume di un popolo e di una epoca e a renderne gli aspetti più meschini e più grotteschi attraverso l’osservazione della vita vissuta, delle fogge del vestire, delle istituzioni, dei modi di dire, delle sue maniere di divertirsi, di viaggiare, di ridere, di fare all’amore”.
Massimo Mila
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