Salone Internazionale del Libro di Torino Torino, 10-14 maggio 2012
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70. Erri De Luca: Napoli e i suoi lettori

Comunicato n. 70 - 16 maggio 2009

Erri De Luca incontra i propri affezionati lettori in una gremita Sala Gialla. Classe 1950, napoletano, ha vissuto per diversi anni a Torino, dove ha lavorato come operaio. Alla Fiera presenta il suo nuovo libro, Il giorno prima della felicità, romanzo che narra di un ragazzino che si nasconde ai bombardamenti e “trova una storia”: sullo sfondo, un amore “in agguato” – come si legge nel risvolto di copertina – e una Napoli offesa dalla seconda Guerra Mondiale, che insorge. “La storia è sempre la stessa” esordisce De Luca: “qualcuno piantato negli eventi, schiacciato nel Novecento”.

Molti sono i racconti evocativi sulla città: la Napoli leggendaria, al centro del Mediterraneo, che subisce i bombardamenti aerei; Napoli, luogo sismico in cui nessuna generazione scampa al terremoto. Anche Erri De Luca ricorda quando, nell’autunno del 1980, in vacanza, corse giù dalle scale che si muovevano per il terremoto con in braccio la nipotina, in un minuto e 20 secondi. Napoli è tarantella, ballo che imita il terremoto e poi il Vesuvio, vero simbolo della città: “Qualcosa che abbiamo solo noi, piantato dentro i sogni di ogni napoletano. Ogni napoletano sa dove sta il Vesuvio, in qualunque parte della città si trovi. Ricordo mio padre che dorme con i piedi in senso contrario al vulcano, per scaramanzia e per scappare nella direzione giusta”.

De Luca racconta anche della cenere sui tetti, talmente pesante che anche solo pochi centimetri possono far crollare i solai, e descrive la città come un corpo che respira: il tufo, in cui le case sono scavate, “somiglia al carattere dei suoi abitanti. Napoli è un luogo che non sopporta poteri costituiti a lungo: gli si staccano, come l’intonaco al tufo”. E sempre usando la metafora del tufo parla dei mali di oggi, ultimo dei quali l’immondizia: “Tutti interni: è il tufo che si è ammalato, non c’è intonaco da staccare”.

Qual è la genesi dei suoi romanzi? “Sono storie a voce. L’udito è il senso principale. Quando riesco a ricostruire il tono di voce di chi sta raccontando, la storia viene da sé. Il mio problema non è azzeccare gli aggettivi nel racconto, che vengono da soli, ma il tono di voce. Ho un udito interno molto buono, un orecchio ebraico”. Cita la Bibbia, in cui le orecchie del re Davide sono simili a pozzi che raccolgono l’acqua piovana delle parole conservandone ogni goccia al proprio interno.

Sono le donne che tradizionalmente trasmettono le storie, “storie sempre mischiate con il comico. Da bambino mi “strideva”, ma poi ho capito che era quel particolare che consentiva di digerire la drammaticità degli eventi”. E le vicende evocate sono, ancora una volta, quelle della Seconda Guerra Mondiale: le corse a chi arriva primo al ricovero antiaereo, il nonno che corre con il servizio di porcellana inglese nella valigetta, la signora che riempie la borsa di bottoni perchè si vergogna di mostrare che non possiede nulla. L’incontro si conclude con un fiume di domande da parte del pubblico.

Sala Gialla, ore 13.30, sabato 16 maggio 2009
Laura Preite



 

 



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