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79. Il “cowboy” Percival Everett per la prima volta alla fiera del libro

Comunicato n. 79 - 17 maggio 2009

Lo scrittore statunitense Percival Everett, docente di Inglese presso la University of Southern California, per la prima volta è ospite della Fiera Internazionale del Libro, dove presenta il suo ultimo romanzo, Ferito, uscito in Italia pochi giorni fa. All’incontro prendono parte gli americanisti Sara Antonelli e Luigi Sampietro e il traduttore di Everett, Marco Rossari, che legge brani dei suoi libri.

Ernesto Ferrero: “Everett è una delle voci più significative dell’America di oggi. La sua mobilità strategica e i suoi risultati ne fanno una figura rara e preziosa della letteratura americana”. È Sampietro a tracciare un percorso della sua produzione: “Chiavi di lettura delle sue opere sono il paradosso e la sfida dell’impossibile. È uno degli scrittori più prolifici e ha una produzione assolutamente differenziata. Non ha mai scritto un libro che sia il prosieguo dell’altro o usato due volte lo stesso stile. Per questo è definito un autore post-moderno e sperimentale, ma a mio avviso si tratta di etichette riduttive. È grottesco, spiritoso, profondo e toccante”.

Percival Everett è d’accordo: “Quando scrivo un libro nuovo non penso mai al precedente e se c’è continuità è casuale. I miei libri talvolta fanno riferimento alle mie esperienze: mi sono spesso sentito chiuso in un ambito circoscritto. A me capita di essere classificato come afro-americano e non ho mai capito perché. Mi sono reso conto che la letteratura di scrittori neri dava solo due ambiti possibili, la storia della schiavitù e i libri sulle gang nere di periferia, in cui non mi riconosco. Infatti il mio successo ha sorpreso tutti”.

Per Sara Antonelli, Everett è - in una parola - poliedrico: “Ha una grande ricchezza di temi e linguaggi. Nessuno dei suoi romanzi è uguale all’altro e questo è particolarmente vero quando si inizia a leggerlo in un gioco godibilissimo che non esclude mai il lettore poco attrezzato. Ha un modo sofisticato di lavorare sulla tradizione americana, sul significato della letteratura e sul ruolo dello scrittore. Spesso i suoi libri hanno una struttura sperimentale, varie trame disposte in modo originale, spezzate e intrecciate. Così crea una suspense non solo per la trama ma anche per l’esperienza di lettura. È polemico con la tradizione che chiude la creatività. Ferito è interessante perché entriamo nella tradizione western, con cui si è confrontato più volte”.

Luigi Sampietro aggiunge: “Il genere western è una forma di narrazione di tipo manicheo, con una divisione netta tra buoni e cattivi, ha uno schema facile. Everett ha rimescolato le carte, facendo un ritratto psicologico e morale di una società che è uguale a quella delle grandi città: affronta temi come l’amore per la natura e il rispetto del diverso”.

Percival Everett sottolinea allora: “Per affrontare il genere western ho letto libri e visto film fino alla nausea, con il risultato che ora lo insegno all’università. Personalmente mi sento un cowboy”. E lo scrittore, che possiede un ranch in cui alleva cavalli, continua: “Scrivo romanzi ricchi di interazioni umane che però non ricerco consapevolmente. Non giudico i personaggi dividendoli in buoni e cattivi, ma seguo le dinamiche che si creano”.

Sara Antonelli conclude: “In Ferito c’è l’idea della frontiera, che è uno dei cardini della cultura americana, declinata in modo contemporaneo. In particolare la frontiera definisce l’identità pubblica e personale: il testo costruisce pian piano una messa in dubbio della moralità dell’individuo all’interno di una comunità”.

Caffè letterario, ore 11.30, domenica 17 maggio 2009
Giulia Dellepiane




 

 



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