80. Todd Hasak-Lowy: Il riso di Israele, paese triste
Domenica 17 Maggio 2009 14:40
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Comunicato n. 71 - 17 maggio 2009
Il New York Times lo definisce “un mix di umorismo farsesco, scrittura imprevedibile e ampiezza di obiettivi”. Todd Hasak-Lowy si presenta alla Fiera del Libro con credenziali di tutto rispetto. L’occasione è la presentazione di Prigionieri, la commedia psicologica che gli ha aperto con incredibile successo le porte del mondo della narrativa. Lo scrittore, quarant’anni, nato a Detroit, insegna Lingua e letteratura ebraica all’Università della Florida di Gainesville e non è nuovo tra le fila degli esordienti americani: sua la raccolta di racconti Non parliamo la stessa lingua.
Con lui, a presentare Prigionieri, Martina Testa, direttrice editoriale della casa minimum fax che ha pubblicato l’opera in Italia, Elena Loewenthal, scrittrice ed esperta di traduzione della letteratura ebraica, e Piero Negri Scaglione, giornalista e vicedirettore del mensile GQ. A offrirne un “assaggio” l’attrice Silvia Ajelli, che ne legge alcune pagine. Nel romanzo, Daniel Bloom è uno sceneggiatore di film d’azione che, turbato dai nuovi eventi politici della seconda amministrazione Bush, comincia a intestardirsi su un progetto scomodo: la storia di un serial killer intento a decimare capi delle multinazionali e spregiudicati leader politici. La crisi del suo matrimonio e l’imminente bar mitzvah del figlio lo inducono a riconsiderare la propria identità religiosa. “Todd Hasak-Lowy nasce come scrittore accademico, ma scopre ben presto la passione per la narrativa. – racconta Martina Testa – I suoi due libri presentano tematiche diverse, ma legate dall’approfondimento dei rapporti fra esistenze individuali e situazioni politiche e dall’attenzione verso la comunicazione e la trasformazione del mondo attraverso il linguaggio. Si aggiunge, poi, la componente ebraica della sua formazione che dobbiamo ammettere si rivela molto presente, sebbene sia ingiusto incasellare un autore in base alle sue origini”. Opinione condivisa da Elena Loewenthal: “Sono d’accordo, è vero però che questo libro è molto ebraico e molto divertente. Presenta personaggi delineati con estremo affetto verbale: dal piccolo-grande protagonista, passando per il suo agente simpatico quanto insopportabile, un rabbino sopra e sotto le righe, fino alla guida, così matta così realistica, che lo accompagnerà nel suo viaggio in Israele, “ombelico” della storia. Storia che passa attraverso questa vena umoristica tipicamente ebraica, fatta di riso e di dolore nello stesso tempo. Come se, ogni volta che un ebreo cercasse di far ridere, finisse inevitabilmente per farsi del male”. Todd Hasak-Lowy sintetizza così: “È più facile parlare di cose complesse con umorismo che con serietà. Nel mio libro la tensione corrisponde alla storia di un uomo che decostruisce se stesso, senza sapere se sarà in grado di rimettere insieme i pezzi”. Il rapporto del protagonista con Israele risulta, di conseguenza, ambivalente, come sottolinea Elena Loewenthal: “Daniel appartiene a una minoranza che vuole dare un contributo alla società, imporre la propria “americanità” ed emanciparsi in modo trasgressivo attraverso il cinema e il culto dell’immagine, che vanno contro l’iconoclastia dell’ebraismo. D’altro canto, c’è la terra d’origine”. “Una terra, Israele, con la quale ho un rapporto complesso. – confessa Todd Hasak-Lowy – Invece, amo molto la città di Tel Aviv, dove ho vissuto per quasi tutti i tre anni che sono rimasto nel Paese. Ho voluto rappresentare Israele come non appare agli Stati Uniti, un Paese triste. E sento di aver fatto pace con quella terra. Più che di religione, comunque, parlo di spiritualità. Qualcosa che, nell’ebraismo come nel cattolicesimo, era molto presente, poi è andato perso e ora non si sa se verrà recuperato”. Sala Blu, ore 12.30, domenica 17 maggio 2009 Giovanna Boglietti |
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