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81. Dall’incantatrice di Firenze alla Regina italiana l’India di Salman Rushdie

Comunicato n. 81 - 17 maggio 2009

Un percorso tra l’India e l’Italia lungo più di 500 anni. Più precisamente dal regno Mogul di Akbar il Grande e dalla corte fiorentina rinascimentale fino alle elezioni politiche indiane che si sono svolte in questi giorni. Un filo rosso, quello fra Italia e India, che passa dalla letteratura alla politica. È questo il tema della conversazione tra la giornalista Giovanna Zucconi e Salman Rushdie, in occasione dell’uscita del suo ultimo libro L’incantatrice di Firenze.

“Si può dire che oggi – sostiene Rushdie – l’India abbia una regina italiana: Sonia Gandhi è riuscita nell’impresa, che pochi le accreditavano, di vincere due elezioni e di riportare il partito del Congresso al centro della scena politica”. La vittoria del partito che fu del ‘Mahatma’ Gandhi e Nehru proietta la vita politica indiana indietro di vent’anni: “Negli ultimi due decenni abbiamo avuto governi di coalizione, deboli e ricattabili dai partiti piccoli; adesso il Congress party è vicino alla maggioranza assoluta e sono crollate le formazioni estreme di sinistra e il Bjp della destra induista”.

Il lavoro di scrittore ha portato Rushdie, dopo la pubblicazione dei Versetti satanici, a vivere in esilio, per via della condanna a morte pronunciata da Khomeini: “Nel mondo islamico ci sono scrittori coraggiosi e liberi, sono gli editori occidentali ad avere paura. Quando ho incontrato Roberto Saviano a New York gli ho detto che avrebbe passato gli stessi problemi che sono toccati a me, che il suo lavoro sarebbe stato denigrato, che l’avrebbero accusato di scrivere per soldi e fama, che sarebbe diventato lui il colpevole. È triste vedere la vittima che diventa carnefice e il carnefice che non viene più accusato”.

Rushdie torna anche sulla polemica nei confronti del film The Millionarie di Danny Boyle, ambientato negli slums di Bombay: “Io sono cresciuto a Bombay, Boyle non ci è mai neanche stato. Mi ha colpito che in un’intervista abbia detto che gli pareva interessante aver fatto un film sull’India senza averla mai vista. Ma voi immaginate un regista indiano che fa un film su New York senza esserci mai passato? L’avrebbero fatto a pezzi. A un bianco è consentito; può dire di aver fatto un film artistico, per me è solo criminale”.

Nel romanzo di Rushdie il filo che lega Italia e India si colloca nel periodo del Rinascimento, sulla scia delle avventure di una principessa indiana che si ritrova a Firenze accanto a un mercenario italiano. “Mi ha colpito scoprire tantissime analogie tra questi due mondi che all’epoca non avevano contatti. Tutto il mondo si stava muovendo verso la modernità ma all’Umanesimo fiorentino corrisponde una riflessione simile nella corte di Akbar”. Anche nei costumi popolari si può trovare un’analogia: “Le famiglie importanti decidono di chiudere sotto chiave le ragazze e così dilagano la prostituzione e le cortigiane, spesso il fulcro della vita mondana e culturale”.

Rispetto alle influenze letterarie, Rushdie confida che per la scrittura di questo romanzo sono stati molto importanti Ariosto, Shakespeare e Cervantes, autori che “mescolano, intorno alla storia principale, tanti racconti minori. Nel mio ultimo libro, ambientato proprio nel periodo in cui hanno vissuto questi scrittori, ho provato a fare la stessa cosa”. La scelta di ambientare il romanzo a Firenze risale al periodo che Rushdie ha passato nella città toscana: “Ci sono stato subito dopo l’alluvione del 1966. C’erano un grande fermento e la voglia di ricostruire, e ho cominciato a interessarmi della storia della città. In questo romanzo ho voluto mettere insieme quel mondo e l’India”.

Sala 500, ore 14.00, domenica 17 maggio 2009
Marco Bobbio

 

 



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