Salone Internazionale del Libro di Torino Torino, 10-14 maggio 2012
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87. Ilan Pappé: “in Palestina si è commessa pulizia etnica”

Comunicato n. 86 - 17 maggio 2009

Ernesto Ferrero introduce l’incontro con lo storico israeliano Ilan Pappé, docente all’Università di Exeter, appartenente alla corrente storiografica dei New Historians. “Siamo felici di avere Ilan Pappé perché la Fiera è sempre stata un momento di confronto di idee. La sua visione radicale e molto critica delle politiche di Israele emerge bene nel suo ultimo saggio La pulizia etnica in Palestina”.

La sala è gremita. Prende la parola la giornalista Paola Caridi, esperta di Medio Oriente e di mondo arabo: “La storia può servire per la politica e per l’etica in Palestina? Una soluzione della questione mediorientale consiste nel trasformarla in una situazione normale. E questa è proprio la logica che Pappé ha applicato nel proprio libro, usando per la questione palestinese l’espressione “pulizia etnica”, riservata normalmente ad altri casi”.

Un termine sicuramente forte, che Pappé spiega partendo dal proprio libro La pulizia etnica in Palestina: “Molti in Israele troverebbero questa riflessione inaccettabile perché sia israeliani sia palestinesi pensano di essere un caso unico. Uno dei miei obiettivi di storico è convincerli del contrario, anche perché la soluzione del problema è possibile proprio perché il caso non è unico”. “Gli israeliani - continua - hanno utilizzato la forza per cambiare l’equilibrio demografico con l’obiettivo di creare una nazione abitata da un unico popolo. Si chiama “pulizia etnica”. Io accuso di questo il mio popolo, ma dico anche che non è stato l’unico a fare certe cose. Per questo motivo non sono molto amato nel mio Paese”.

Interviene Khaled Fouad Allam, editorialista di Repubblica e docente di Sociologia del mondo musulmano e di Storia e istituzioni dei Paesi islamici all'Università di Trieste e di Islamistica all'Università di Urbino. “Il termine “etnico” è entrato nel lessico comune per supportare e giustificare delle scelte politiche di violenza, accentuando le differenze e le separazioni”. L’islamista accenna alla storia del mondo arabo del primo Novecento: l’accordo di Sykes-Picot del 1916, la fine dell’Impero ottomano del 1924, preceduta da quella dell’Impero austro-ungarico. Usa a questo proposito le parole di un celebre libro di Milan Kundera e parla di “insostenibile leggerezza della storia”, intendendo dire che “i politici non furono capaci di capire che cosa stesse accadendo e gestirono male il processo di smembramento dell’Impero, che portò alla formazione degli Stati nazionali arabi”. “È proprio in questo momento - continua - che nascono le nozioni di ebraicità e arabicità della terra palestinese: nessuno voleva diventare minoranza dell’altro e ciò generò conflittualità. La dinamica produttrice di violenza nel Novecento è stata generata dai nazionalismi”.

Caridi riparte dal proprio saggio in uscita, Hamas. Che cos’è e che cosa vuole il movimento radicale palestinese: “Scrivendo la storia di Hamas mi sono scontrata con il fenomeno della rimozione della storia. Fatah e la comunità internazionale hanno rimosso il fatto della vittoria di Hamas alle elezioni del 2006, con la conseguenza che ciò che è venuto dopo è accaduto senza che se ne tenesse conto. Anche la politica israeliana lo ignora e ciò impedisce di procedere al tavolo dei negoziati”. “D’altra parte anche Hamas ha fatto opera di rimozione del suo passato terroristico e anche questo è un elemento di ostacolo ai negoziati. Quello che sta accadendo oggi è insomma il frutto di rimozioni storiche”.

Pappé continua parlando di amnesia: “Io sono stato educato all’interno del sistema israeliano e mi è sempre stato insegnato che prima del movimento sionista la nostra terra era vuota e che coloro che abbandonarono i territori lo fecero volontariamente. Ma chi sono quelli che se ne andarono di loro spontanea volontà, se la terra era vuota?”. Quando Pappé pose la domanda a un suo professore, lui gli rispose che in quel modo si sarebbe messo nei guai. “Il crimine compiuto è troppo atroce perché gli israeliani possano riconoscerlo. Anche se nel corso della storia ce ne sono stati di peggiori, gli israeliani non vogliono sentirne parlare. Da un lato le persone che l’hanno commesso si percepiscono come le più grandi vittime della storia e per questo motivo non ammettono di essere giudicati; d’altro lato la reticenza deriva dal fatto che il crimine continua ancora oggi”. D’accordo con Caridi, Pappé aggiunge: “Se riuscissimo a vedere il passato allora potremmo risolvere il presente”.

E prosegue: “Il recupero e l’analisi della storia costituiscono il solo modo per ri-umanizzare i palestinesi agli occhi degli israeliani. Il problema infatti è la demonizzazione, che sostituisce la spiegazione dei fatti. Per uscirne sono necessari incontro e dialogo tra israeliani e palestinesi, ma per evitare il contatto la scuola israeliana promuove la segregazione. Le persone vengono convinte della pericolosità degli altri: “Se non ci fossero rischi, perché mai si sarebbe costruito un muro alto tre metri?”, si sente dire. Smettiamola di continuare con due narrazioni e costruiamo un ponte!”.

Spuntano le mani alzate. Alcuni interventi sono molto critici nei confronti di Pappé, suscitando una vivace polemica. Genera invece commozione la testimonianza di un ebreo italiano, che racconta con voce tremante la propria vergogna per la situazione. Pappé ringrazia. Il dibattito potrebbe continuare a lungo e in parte si sposta fuori dalla sala, dopo che Allam placa gli animi con un richiamo ai momenti storici in cui ebrei e arabi hanno camminato insieme e con un invito a promuovere la libertà contro le sofferenze di tutti, per il bene delle generazioni future.

Sala Blu, ore 13.30, domenica 17 maggio 2009
Rebecca Borraccini


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