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Paura, dittature e letteratura nelle riflessioni di Herta Müller

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Un viaggio dentro la paura generata dalle dittature, una riflessione sulla lingua come strumento per raccontare la realtà e per difendersi dall'isolamento, un tentativo di capire le ombre del futuro che ci aspetta. Sono questi alcuni dei temi toccati dalla Premio Nobel Herta Müller, che ha dialogato con Andrea Bajani e Giovanni Puglisi, in occasione del conferimento del Premio letterario internazionale Mondello.

Proprio Puglisi ha ricordato in apertura le motivazioni del premio: "Scrivere vuol dire prima di tutto voler bene a una lingua, affidarle tutto, fidarsi a tal punto dell’alfabeto da consegnargli ciò che di più caro si ha al mondo. Quella di Herta Müller sta senza dubbio tra le esperienze stilistiche più imprescindibili del Novecento. Divisa tra la lingua romena e la lingua tedesca, tra la tenerezza e la fiducia dell’infanzia e la spietata durezza, al contrario, della dittatura, la letteratura di Herta Müller ha raccontato come pochi altri hanno fatto le contraddizioni del Ventesimo Secolo. Come tutti i grandi scrittori, però, travalica gli steccati del tempo: le anime indurite che Müller ha raccontato sono le stesse che ogni giorno, nel Duemila inoltrato, ci pongono domande a cui non sappiamo rispondere. La sua lingua scolpita continua a raccontarle, con impietosa, struggente poesia".

La riflessione di Herta Müller, che ha ottenuto nel 2009 il premio Nobel per la letteratura, si è concentrata sul tema della paura che contraddistingue le dittature. Una paura che lei, nata in Romania ai tempi di Ceaușescu e costretta a lasciare il suo paese per la sua opposizione al regime, ha conosciuto direttamente: “Durante il socialismo l'economia non andava bene, l'unica produzione che funzionava era quella della paura. Le dittature hanno bisogno di generare, strumentalizzare e alimentare costantemente la paura, è uno strumento per controllare il potere” ha ricordato la Müller.

Dittature che, secondo Herta Müller, residente dal 1987 in Germania, non sono confinate nei cassetti della storia del Novecento: “Ovunque volgiamo lo sguardo, oggi vediamo regimi che democratici non sono: penso alla Turchia, alla deriva che stanno predendo alcuni paesi dell'est europeo, e poi alle dittature religiose in Iran e Arabia Saudita, a quella comunista in Cina, al Venezuela e al Nicaragua; all'America di Trump che non è un dittatore ma un distruttore. Chi ha vissuto sotto una dittatura ha una sensibilità particolare per coglierne i segni anticipatori, il terrore che squarcia la carne”.

Come quelli della madre che, nei mesi prima di morire, affetta da demenza senile continuava a vivere l'orrore vissuto nei campi di prigionia in Unione Sovietica: “Questo è il male: i ricordi possono distruggere le persone, possono uccidere” ha ammonito la Müller.

La letteratura è, quindi, una forma di invenzione che apre alla comprensione “è un modo di mentire per ricostruire la verità, un antidoto alla paura”. E anche la lingua per Herta Müller: “si noleggia, non appartiene: sento la lingua romena come più intima ma non riuscirei più a utilizzarla per scrivere perché non oso”.

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