Salone Internazionale del Libro di Torino 2018

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Anna Maria Testa
Anna Maria Testa

Qualche appunto per una mezza giornata al Salone - domenica

Rifkin

Se nei pomeriggi precedenti ho saltabeccato da un incontro e da un tema all’altro con l’entusiasmo di un bambino in una pasticceria, oggi pomeriggio esagero. L’effetto, per dirla tutta, è (vi anticipo il tema del secondo incontro) vagamente lisergico. Ma va benissimo così. E dunque.

Ore 12 - Dopo, durante e oltre il metoo

Il primo incontro è impegnativo. Un gruppo di donne parla di MeToo con onestà e passione. Con Loredana Lipperini ci sono Giulia Blasi, Jessa Crispin, Helena Janeczeck, Alice Sebold, Giorgia Serughetti, Tiziana De Rogartis. Prendo furiosamente appunti.

Lipperini. Non sappiamo ancora come definire MeToo: è un movimento, o qualcosa di più? È una rivoluzione possibile? Ha portato alla luce i ricatti sessuali subiti dalle donne. Tutto ciò riguarda il potere, ed è un potere che passa attraverso i corpi. La questione è stata posta in tutto il mondo. È il momento di rifletterci.

Giulia Blasi. MeToo è uno strappo. Una cosa improvvisa e violenta, che mette in crisi un assunto della nostra società: il fatto che le donne debbano sopportare ripetute molestie, e che il punto non sia quanto ti viene fatto, ma come tu reagisci a quello che tu viene fatto.
Le donne ora hanno detto no, usando la rete per raccontare ogni tipo di molestia, dalla più piccola battuta del capufficio fino alla violenza sessuale, anche in famiglia. Segreti inconfessabili rimasti sepolti da decenni sono stati svelati.

La citazione. Qui non si tratta di donne contro uomini, ma di regole patriarcali che impongono a chi ha subito violenza di portarne anche la colpa.

C’è stato un momento di sollevazione. Ma cosa succede adesso? La cosa più verosimile è che su questo strappo si metta una toppa. Oppure che si cominci a tessere un tessuto alternativo, più forte, che resti a ricordare che possiamo esistere nella società, senza adeguarci a logiche di sopraffazione fondate sulla verticalizzazione del potere. Possiamo farlo, donne e uomini, insieme.

Jessa Crispin. MeToo ha un potenziale enorme se viene preso sul serio, e se cominciamo a parlarci sul serio, in conversazioni reali. Considerando le conseguenze dei nostri comportamenti. Verificando le credenze inconsce e i pregiudizi che abbiamo. Dobbiamo creare una nuova versione delle relazioni romantiche, e del modo in cui ci vediamo a vicenda, che sia libero da elementi predatori e di controllo. Per quanto riguarda i limiti: le donne che appartengono a classi sociali svantaggiate e sono marginali, o non hanno accesso ai social media, o non hanno accesso alla giustizia. Vanno accolte in questa conversazione collettiva. Dobbiamo anche fare un’operazione di verità, per evitare gli effetti nefasti che derivano da accuse false, fatte da donne (esistono anche queste) che accusano per secondi fini.

Helena Janeczeck. Quando l’hashtag MeToo è arrivato sul web, l’ho sentito come liberatorio. Io stessa ho confessato in pubblico cose sgradevoli che mi sono successe. Lo farei in maniera ancora più chiara e nitida se in Italia non fosse emersa una parte di donne, anche evolute, che contestano le denunce. Il MeToo è una cosa che si paga.
A proposito dello scandalo del Nobel della letteratura: lì diventa visibile il fatto che si tratta di un potere patriarcale, basato sull’abuso dei corpi. È emblematico che un uomo nemmeno appartenente al gruppo dei sacerdoti del Nobel, eletti a vita, abbia ritenuto di poter molestare alcune donne solo in virtù della propria vicinanza al potere. Ma queste, però, a un certo punto hanno parlato. Il comportamento predatorio è un modo per affermare e per mettere alla prova il proprio potere. Una delle conseguenze è che chiunque si trovi lì attorno diventa colluso, ed è rimarchevole che tutto ciò succeda nell’emancipata Svezia. Di questo sistema di ingiustizia sono vittime tutti, donne e uomini. L’altra questione riguarda il ruolo della moglie dell’individuo di cui stiamo parlando, che tace pur essendo un modello dell’empowerment femminile. Non sappiamo perché si renda complice, e se lo faccia in quanto vittima essa stessa o per altri motivi.

Alice Sebold. Stati Uniti e Italia sono accomunate dall’avere governanti coinvolti in questioni di stupro. Io sono interessata e curiosa di vedere che cosa accadrà: MeToo è un movimento incasinato, che ci obbliga a fare i conti con il fatto che anche brave persone possano aver combinato qualcosa di orribile. Dobbiamo essere disciplinati, e non emettere giudizi frettolosi. MeToo è un’esplosione, è come un geyser: non sappiamo quali saranno le ricadute. Il futuro di MeToo ha due vie: da una parte nuove storie emergeranno, dall’altra si tratterà di integrare nella nostra cultura tutto quanto emerge.

Tiziana de Rogatis. Il soggetto imprevisto è la metà del genere umano che interpella l’altra metà. La quadrilogia di Elena Ferrante è profondamente incarnata nel MeToo, e porta l’impronta della violenza come segno di potere. Lila viene violentata in fabbrica per pura esplorazione del potere, e senza desiderio. Lì c’è la responsabilità dello stupratore e c’è il fatto che lo stupro non possa essere assimilato agli abusi che si possono contrastare con una lotta di classe, ma sia (solo?) una privata questione d’onore.

Giorgia Serughetti. Negli Stati Uniti la parola pubblica ha sviluppato una forza molto evidente, sia per diffondere consapevolezza tra le donne, sia per discutere il diritto maschile di accesso ai corpi femminili. Ma c’è anche stata un’individualizzazione delle denunce, con un conseguente rischio di criminalizzazioni arbitrarie. Da noi non è stato così, e già su questo tema si potrebbe aprire un’ampia discussione pubblica: si è infatti verificata una vera levata di scudi contro MeToo da parte del mondo dello spettacolo e della politica, e tutto questo ci dice quanta resistenza ci sia nella società italiana a mettere in discussione le relazioni tra sesso e potere.
Tutti sappiamo che ci sono limiti e rischi, e che i processi mediatici non sono ciò a cui dobbiamo ambire, ma di fatto in Italia si è impedito che il discorso sulla società maschile aperto da MeToo si dispiegasse pienamente.

Lipperini. In Italia stiamo anche perdendo la battaglia culturale dell’educazione sessuale e sentimentale nelle scuole.

Giulia Blasi. In Italia non c’è un problema di giustizialismo, e infatti la parola di un uomo, a parità di prove, continua a pesare più di quella di una donna. I responsabili di molestie sono ancora tutti ai loro posti di potere, mentre le vittime sono sparite e hanno smesso di lavorare.
Il più grosso errore creativo che possiamo fare è raccontare MeToo, che non ha bisogno di essere cristallizzato in un racconto, in una fiction, in una serie. Il movimento va lasciato libero di divenire. Dobbiamo invece continuare a raccontare le singole storie.

Jessa Crispin. Dobbiamo cercare la strada della riconciliazione, andando oltre l’idea del punire. Ci sono molti modi di abusare che non riguardano solo la sfera strettamente sessuale, e bisogna coinvolgere anche gli uomini in questo ragionamento.

Helena Janeczeck. Sì, siamo in una situazione molto arretrata e dobbiamo puntare dell’educazione nelle scuole. E poi: è molto brutto che in Italia alcuni episodi di violenza subiti dalle donne siano diventati questioni di infotainment e non di dibattito serio.

Alice Sebold. Resto idealista. Vedo la questione dal punto di vista della vita dopo un trauma. È importante capire che tutti noi abbiamo un elemento traumatico in comune, e che la consapevolezza di questo può portarci insieme verso il futuro condiviso.

Tiziana de Rogartis. Se il MeToo è esploso vuol dire che in molti paesi le strutture della giustizia non funzionano. Si forma così un accumulo di rabbia, che a un certo punto genera un’esplosione. Ma la rabbia deve trasformarsi in una forma di sorveglianza creativa, e nella creazione di strutture che riescano a mettere le donne al centro del cambiamento e a garantire loro giustizia.

Giorgia Serughetti. Il discorso deve spostarsi dal piano delle denunce individuali a quello della risposta collettiva, che generi un cambiamento sia negli uomini sia nelle donne. Finché il vissuto resta confinato nell’individualità, è più facile che resti opaco.

Ore 13.30 - Lsd, storia di una sostanza stupefacente
Ed eccoci al centro della vicenda lisergica. Faccio fatica a entrare (la sala è piena, molta gente è restata fuori e vabbè, alla fine mi siedo per terra) e mi perdo le battute iniziali. A parlare di Lsd ci sono l’autrice del libro, Agnese Codignola, e Chiara Lalli. Mi appunto diversi fatti che non conoscevo.

La prima data è il 1943. Albert Hofmann, chimico svizzero che sta lavorando per mettere a punto uno stimolante della circolazione sanguigna, inforca la bicicletta e si avvia verso casa. Ha appena assunto 250 microgrammi di una nuova sostanza che ha sintetizzato. Il tragitto si svolge tra visioni meravigliose e mostruose, coloratissime. La sostanza è l’Lsd.

Negli anni seguenti l'Lsd viene tranquillamente prescritto. In quegli stessi anni nascono i primi farmaci per il sistema nervoso e i primi antidepressivi. Si va per un giorno in clinica e li si assume con assoluta disinvoltura.

Passano alcuni anni. C’è uno scienziato tedesco che studia come certi ragni tessono le loro tele. Il guaio è che lavorano solo dalle due alle cinque del mattino Così lui chiede a un amico farmacologo di procurargli qualche sostanza per cambiare i ritmi circandiani dei ragni, e permettergli di lavorare senza fare ogni volta nottata. Il farmacologo si chiama Peter Witt, e propone, tra varie sostanze, anche l’Lsd. I ragni cambiano orari, ma costruiscono anche tele stranissime. Per facilitare l’osservazione, prova con l’Lsd e vede che non solo gli orari d’attività dei ragni ma anche le tele cambiano. Per tutta la vita Witt continuerà a studiare le tele dei ragni sotto Lsd.

Timothy Leary nasce come psicologo di Harvard. Fa i due studi più importanti sull’Lsd, coinvolgendo nel primo detenuti consenzienti, nel secondo studenti di teologia. Grazie a lui l’Lsd esce dai laboratori ed entra nei campus universitari. Siamo ai tempi del movimento hippy e della guerra del Vietnam. Gli studenti esagerano, e qualcuno vola fuori dalla finestra. Dal 1971 Lsd e psilobicina vengono messi nell’elenco dei farmaci vietati.

In precedenza, negli anni Cinquanta, l’Lsd viene usato da Albert Einstein, da Aldous Huxley e da molti altri. Nei banchetti di gala al Rockefeller Center si discute serenamente di trip con l’Lsd, che arriva anche a Hollywood.

Cary Grant ha una psiche disturbata. Era un migrante economico, arrivato negli Stati Uniti come acrobata di un circo, costretto ad aderire a uno stereotipo di perfezione che non gli appartiene e tormentato una sessualità incerta. Tutto ciò gli causa una depressione devastante, fino a quando una delle sue cinque mogli, la terza, lo spedisce in una clinica in cui lo curano con l’Lsd, con ottimi risultati. Grant scopre la felicità e comincia a rilasciare interviste in cui promuove l’Lsd come agente di cambiamento.

Sempre in quegli anni la Cia somministra Lsd a carcerati e malati mentali per sperimentare nuove sostanze: c’è la guerra fredda e si cerca qualunque sostanza possa favorire gli interrogatori e, potenzialmente, il controllo della mente. Il nome del progetto, che gode di sostanziose sovvenzioni, è MKUltra. Ma non si sperimenta solo su carcerati e malati mentali. Nei 1953 Frank Olson, ricercatore della Cia, viene coinvolto in un weekend “di svago” al Deep Creek Lake, nel corso del quale gli si somministra Lsd senza avvertirlo. Ha un attacco di paranoia e un crollo nervoso. Dopo poco tempo si butterà dalla finestra. La storia viene svelata solo più di vent’anni dopo, nel 1975.

Così, l’Lsd si procura una pessima fama. Negli anni '70 si dice che ti brucia il cervello. Studi successivi ne smentiscono la tossicità. La differenza tra Lsd e psilobicina riguarda la durata degli effetti: due-tre ore la prima, una dozzina di ore la seconda.

Il sito per sapere tutto sull’Lsd si chiama maps.org. L’Lsd non è coperto da brevetto, quindi nessuno, almeno in teoria, ci può guadagnare dei soldi.

Veniamo a oggi. Il microdosing è la riproposizione, americana e non solo, della moda di acquistare Lsd o psilobicina, o anche di far crescere i funghi in cucina o nella stanza da bagno, e di assumerli tutti i giorni per curare qualsiasi cosa. È un uso che non ha basi scientifiche ed è pericoloso. Chi propone Lsd in chiave terapeutica prescrive un’assunzione all’anno.

La citazione. Il microdosing è una versione deleteria del Prozac.

 Ore 14.30 - Costo marignale zero
Le norme di sicurezza e la lunghezza del processo per riuscire a sentire Jeremy Rifkin sono pari solo a quelle necessarie per sentire Saviano. In più, non si possono fare foto, non si può stare in piedi, c’è l’obbligo di spegnere i cellulari. Ma ne vale la pena. Dopo un’introduzione sulle nuove stampanti 3D e il loro luminoso futuro, finalmente arriva lui.

Parla camminando tra il pubblico. Siamo alla fine di due rivoluzioni industriali, dice. Il 40% degli esseri umani è in condizioni terribili e guadagna meno di due dollari al giorno. La ricchezza accumulata delle 8 persone più ricche del mondo equivale alla ricchezza di metà della popolazione. Il cambiamento climatico incombe. Se dicessimo in soli venti minuti a ogni essere umano che cosa il cambiamento climatico può causare alterando irreparabilmente il ciclo delle acque, tutti se ne preoccuperebbero sopra ogni altra cosa.

Per ogni grado di temperatura in più, abbiamo un 7% in più di precipitazioni, accompagnate da eventi climatici estremi. Abbiamo incendi estesissimi, e tempeste devastanti. Abbiamo un enorme incremento degli uragani. E tutto questo dipende dallo stravolgimento del ciclo delle acque. È una storia drammatica, e può essere la storia della fine del genere umano.

Potremmo perdere il 50% delle specie viventi nei prossimi sei-sette decenni. Stiamo vivendo nell’Antropocene, un fatto inedito nella storia del pianeta. Il capitalismo è in profonda crisi e abbiamo bisogno di diffondere una nuova visione.

Ma abbiamo una possibilità, se siamo in grado di svegliarci. Possiamo entrare in una nuova fase economica e intraprendere un nuovo modo di vivere nel pianeta. Abbiamo tre nuove tecnologie su cui possiamo contare: nuove risorse per la comunicazione, l’energia e la mobilità. Queste tre tecnologie, se convergono, possono cambiare il modo in cui governiamo noi stessi.

Nella prima rivoluzione industriale abbiamo avuto la macchina a vapore e il telegrafo. Nella seconda, l’energia elettrica, il telefono, la radio e la televisione. Ora la produttività sta declinando. Si possono fare tutte le riforme che si vogliono, ma il fatto reale è che l’infrastruttura della comunicazione, dell’energia e della mobilità è obsoleta. La terza rivoluzione industriale è digitale. Anche l’intelligenza artificiale e i robot sono frutto della rivoluzione digitale. Ora in Cina un cellulare da 25 dollari ha più potenza di calcolo dei calcolatori che hanno portato gli astronauti sulla luna. Possiamo generale l’energia localmente, e possiamo condividerla.

Abbiamo veicoli senza guidatore, mossi da energie rinnovabili. Possiamo stampare oggetti dove vogliamo. In questa nuova era, ogni edificio può diventare il nodo di una rete di distribuzione di energia. E ognuno di noi può interagire virtualmente con ogni altro essere umano a costi bassissimi. Ma restano aperte questioni importanti: come ci proteggiamo dal fatto che i governi si impossessino dell’internet delle cose? Come proteggiamo la privacy? Come arginiamo le grandi imprese tecnologiche?

Le nuove tecnologie riducono drammaticamente i costi marginali, che stanno sfiorando lo zero. È la sharing economy, l’economia della condivisione. Crea nuovi sistemi che possono competere con sistemi costruiti con la precedente logica capitalistica. Siamo parte della sharing economy quando condividiamo la musica, i video su YouTube, scriviamo su un blog, seguiamo un eccellente corso gratuito (Mooc – Massive Open Online Courses) di una famosa università.

In meno di 15 anni, a zero costi marginali, Wikipedia ha democratizzato il sapere mondiale. E funziona. Ora, molte aziende come Uber o Google sono diventate gigantesche. Noi pensavamo che il costo marginale zero avrebbe coinvolto solo il mondo della comunicazione e dell’intrattenimento, ma sta riguardando anche il mondo della produzione.

Quello che è interessante sono i costi fissi. Anche quelli stanno scendendo drammaticamente. E stanno scendendo anche i costi dell’energia: sole e il vento non ci mandano il conto per l’energia che ci offrono. Non puoi competere con tutto questo se sei una società che segue ancora logiche da seconda rivoluzione industriale. Dobbiamo avere piattaforme distribuite in cui le singole comunità possano controllare trasporti, comunicazione ed energia. La Cina sta digitalizzando la distribuzione dell’energia, ma dov’è l’Italia, dove sono gli Stati Uniti?
Ci vuole un nuovo modello di business, che preveda di governare non la produzione ma la distribuzione di energia attraverso il governo dei dati.

Nel Ventesimo secolo abbiamo fatto muovere il mondo grazie alle automobili. Ma i millennial non vogliono comprare automobili come i loro genitori: vogliono comprare mobilità. Le automobili saranno stampate, senza guidatore, alimentate da energie rinnovabili. I grandi camion per il trasporto saranno dotati di sensori, tanto da diventare centri-dati mobili. La tedesca Daimler lo sta già facendo.

Sono le cose che tutti noi facciamo ogni giorno a influire sulla salute del pianeta. Un altro tema importante è l’alimentazione e la produzione di carne. Dobbiamo rivoluzionare la catena del cibo, spostandoci sul modello alimentare mediterraneo.

Ma il quesito che dobbiamo affrontare non riguarda la tecnologia, che ci può dare tutto ciò che vogliamo, ma la direzione in cui gli Stati si stanno muovendo. Ora la spesa statale mondiale continua a essere orientata su investimenti da seconda rivoluzione industriale.

Centralizzazione, top down, monopolizzazione, proprietà intellettuale: solo superando queste logiche tutti ci guadagnano. Ma dobbiamo sapere che la rivoluzione non sarà centralizzata e non partirà da Bruxelles. Avrà base regionale. Ci sono già tre regioni pilota che la stanno praticando. Sono le comunità locali che devono muoversi. Non aspettate che si muova il governo centrale.

La citazione. C’è in Italia più creatività pro-capite che in ogni altro paese al mondo. Il solo problema è che c’è una politica disfunzionale.

Ore 16. 30. Dall'archeologia al videogioco, un viaggio nell'Antico Egitto.
Prima di riportare questo incontro, che mette a confronto Maxime Durand, uno degli storici del team di Ubisoft che produce il videogioco Assassin’s Creed, e Christian Greco, direttore del Museo Egizio, dichiaro a mia discolpa di non aver mai giocato ad Assassin’s Creed. Ma ne sono curiosa, ho guardato altre persone che ci giocavano e ho sempre trovato magnifiche le ambientazioni. Spero solo di non scrivere troppe sciocchezze.

Maxime Durand. Nessuno ha mai creato un discovery tour per un videogioco. Farlo per Assassin’s Creed (l’edizione ambientata nell’antico Egitto) è stato una magnifica esperienza e una sfida e ci sono voluti quattro anni per progettarlo e per testarlo. Le persone l’hanno gradito. Magari aggiungeremo discovery tour anche alle versioni precedenti del gioco. Il discovery tour non è il gioco. È il momento in cui il giocatore si familiarizza con l’ambiente: è un’esplorazione. Ci siamo trovati nella condizione di creare qualcosa di godibile sia per un dodicenne, sia per un settantenne che non ha mai fatto un videogioco. È un processo non troppo diverso da quello che si può fare in un museo, guidando le persone alla scoperta.

Christian Greco. Il passaggio attuale alla cultura digitale corrisponde a quanto è successo nell’antica Grecia tra quinto e quarto secolo, quando si passò dalla tradizione orale alla parola scritta. Ma ora dobbiamo fermarci e interrogarci sul futuro. Al Museo Egizio abbiamo decine di migliaia di reperti che hanno una vita media di tremilacinquecento anni. Li custodiamo per conto dei nostri figli. Quegli oggetti hanno una loro biografia che va raccontata: il digitale ci permette di farlo, ma non potrà mai sostituire gli oggetti in sé.

Maxime Durand. Ricreando le piramidi, o la biblioteca di Alessandria, noi cerchiamo di restituire in primo luogo l’esperienza di essere lì. È un equilibrio difficile da ottenere: c’è un team di ricercatori che cerca di trovare gli elementi giusti e di collocarli nel posto giusto. Per esempio, abbiamo bluffato sulle distanze, avvicinando le piramidi al centro abitato per esigenze narrative, ma nel gioco lo diciamo.

La citazione. Ci siamo resi conto che le persone amano la storia, ma che non tutti la vivono allo stesso modo. Alcuni vanno per musei, altri preferiscono viverla nei videogiochi.

Abbiamo iniziato a lavorare ad Assassin’s Creed nel 2007. Per preparare un’ambientazione, raccogliamo il maggior numero di informazioni possibili. E ci chiediamo che cosa già sa la gente dell’antico Egitto attraverso i film, i libri, le immagini. Lavoriamo sia con gli storici, sia con gli esperti delle comunità sociali, per riempire per inferenza tutte le lacune. Lavoriamo anche con gli esperti di armi, e guardiamo le creazioni delle comunità di fan, che ci aiutano a capire che cosa può piacere al pubblico.

Per esempio: Assassin’s Creed dedicato alla Rivoluzione Francese comprende un’ottima e plausibile ricostruzione della Bastiglia, che è andata completamente distrutta. Gli storici si sono complimentati con noi.

Christian Greco. Ovviamente ogni ricostruzione è un’interpretazione attuata sulla base delle informazioni che abbiamo. Questo dà anche ai ragazzi la possibilità di vedere come da fonti frammentarie si possano ricavare ipotesi plausibili, e metterle a confronto.

Ore 18.30. Era una notte buia e tempestosa. Villa Diodati a Torino.
È l’ultima tappa del mio girovagare al Salone. E non potevo trovare meta migliore.

Loredana Lipperini racconta che nel 1816 ci fu un’estate piovosa e gelida (colpa di una remota eruzione vulcanica), in cui Lord Byron, Percy e Mary Shelley e il medico di Byron John Polidori si ritrovarono a Villa Diodati, sul lago Lemano, vicino a Ginevra, bloccati dal maltempo. Decisero di scrivere di fantasmi, e ne usci la storia di Frankenstein.
A Torino c’e un fiume e non un lago, e c’è la casa del Pingone. Qui quattro autori, Vincenzo Latronico, Sasha Naspini, Veronica Raimo e Danilo Soscia hanno avuto tre giorni e mezzo di semireclusione per inventare la loro storia. Niente connessione internet. Ciascuno racconta com’è andata, e legge quanto ha scritto.

Vincenzo Latronico. La reclusione è stata perfino più feconda di quanto pensassi, e ho scritto più di quanto mi aspettassi, dice.

In realtà, non ha scritto un racconto, ma l’inizio di un romanzo, che è l’inizio di una catastrofe, a cui il lettore si avvicina attraverso una serie di indizi. Promettente.

Sasha Naspini. Anch’io ho sforato la misura richiesta, dice.

Si rifiuta di leggere, ma affida alla voce di Valentina la storia di nonna Vera, fissata con l’astrologia e gli oroscopi di Lucia Alberti e considerata una maga, e della nipote Graziellina, giovane vedova, che dopo la morte del marito si annoia, sposta i mobili di casa, scopre gli scatoloni pieni di tarocchi, ricette con le erbe e oggetti scaramantici della nonna. Così, succede che la nipote, come per gioco, diventi maga anche lei.
Assai gustoso.

Veronica Raimo. Uno scrittore è solitario, dice, ma vedere altri scrittori che scrivono accanto a lui fa scattare l’adrenalina. L’esperienza ha un senso, dice.

Scrive la storia onirica di un bimbo che, scomparsa la madre, si aggira nella casa vuota guidato dalla sua voce. E poi...
Straziante e inquietante.

Danilo Soscia. Per scrivere ho scelto il tavolo della cucina, dice. Per me è stata la prima esperienza di scrittura condivisa. Scrivere di fantastico significa riempire spazi interstiziali in un’epoca di frammentazione, dice.

La sua storia comincia con un viaggio per compiere una missione impossibile, e con l’offerta di un dono che viene rifiutato.
Suggestivo.

Bilancio dell’incontro e (forse) dell’intero Salone: la cosa bella delle storie è che non finiscono mai di nascere.

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