|
“Ma che Milano, che Firenze, che Roma! dovunque e per tutto, Italia! Italia!
Ogni regione è un focolare, ogni città è un altare!”
|
|
Vate del Risorgimento, delle imprese di Mazzini, di Garibaldi e dei Savoia, Carducci ha fondato sulle antiche glorie della letteratura del passato le aspirazioni unitarie e indipendentiste del nostro popolo, erede nei secoli della civiltà romana e quindi della civiltà comunale del Medio Evo. Radici illustri fanno dell’Italia una nazione e il culto delle Origini è pertanto alla base di tutta la sua opera, volta a rilanciare i grandi della tradizione.
Il nuovo Stato sabaudo trova così la propria identità nell’antica eccellenza italica che egli vede rappresentata soprattutto in Dante Alighieri, padre della patria.
Animato da profonda tensione morale e civile, al canto carducciano si attagliano le forme metriche classiche, greche e romane, adattate alla musicalità della lingua italiana, che il poeta definì «barbare». Ma il suo il piglio combattivo si esprime anche nella prosa del saggista appassionato e del polemista caustico, che pungola e sferza le coscienze, l’opinione pubblica, i governanti.

L'influenza
L’influenza I versi di Carducci saranno immancabili nella nuova scuola postunitaria, imparati a memoria da generazioni di italiani che educano al forte sentire degli ideali patriottici. Per i giovani letterati è maestro di classicismo e insieme di quel fervore militante e libertario, paradigma del riscatto di ogni popolo oppresso, che anche la comunità internazionale riconosce assegnandogli nel 1906 il premio Nobel.
La critica
«Restano indelebilmente impressi nell’opera sua i primordi dell’era terza d’Italia, con l’immensa grandezza del nostro sogno, con l’ala instancabile delle nostre speranze».
Giovanni Pascoli
«Nessuno può essermi maestro migliore di letteratura e di umanità, per le quali vivo».
Renato Serra
«Se io sapevo comprender lui, egli non poteva comprender me: la mia vera virtù non gli apparve mai».
Gabriele d’Annunzio
|

|