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In ogni sua attività, dalla politica al giornalismo, dalla poesia alla narrativa e al teatro, Gabriele d’Annunzio è stato un anticipatore e un modernizzatore, nel segno di una sperimentazione che era esemplare e provocatoria insieme. Primo e unico tra i letterati di spicco, si è guadagnato l’adesione ammirata di un vasto pubblico, imponendo l’estetica che porta tuttora il suo nome, fatta di dandismo e ostentate, stupefacenti eleganze.
Convinto sostenitore ed attuattore pratico dell’idea secondo cui la vera opera d’arte del vero artista è la sua propria vita. Ha introdotto nella società italiana il divismo, l’amore dichiarato per il lusso e la bellezza, ma soprattutto uno stile di vita anticonvenzionale, in cui un individualismo eroico (il volo su Vienna) e un esibizionismo compiaciuto di sé rivendicavano i gusti più squisiti e i piaceri dei sensi.
Considerato “il Giovanni Battista del fascismo”, ha inventato riti, miti, modi, tecniche di comunicazione che poi furono adottati da Mussolini, che ne temeva il carisma. In realtà, durante l’impresa di Fiume (1919-1920) - quando conquistò e governò con i suoi legionari per sedici mesi la città, che i trattati internazionali di pace non avevano attribuito all’Italia – ha tentato una rivoluzione più simile a quella del Sessantotto. Con la Carta del Carnaro ha scritto una delle Costituzioni più avanzate del Novecento.

L'influenza
Genio dell’endecasillabo e del ritmo poetico, ha saputo usare magistralmente – in tutta la sua ricchezza – la lingua italiana, con il recupero e la reinvenzione di parole antiche o desuete. André Gide dichiarerà nel 1897: “Qualche anno fa, prima della moda così bella dei romanzi di d’Annunzio, la letteratura italiana era considerata quasi dappertutto, in Francia, morta quanto la letteratura spagnola (…) D’Annunzio ha reso all’Italia l’enorme servigio di attrarre nei suoi confronti l’attenzione di tutta Europa. L’Italia oggi è ascoltata.”
Generazioni di scrittori sono state costrette a misurarsi con il suo stile, imitandolo o
avversandolo. Da Maestro a “cattivo maestro”, la critica ha riconosciuto ormai in lui il rinnovatore della moderna poesia italiana, anche se nel 1922 ebbe a dichiarare: “Ho voluto essere un capo senza partigiani, un condottiero senza seguaci, un maestro senza discepoli.”
La critica
“L’unico italiano capace di fare una rivoluzione.”
Lenin
“D’Annunzio è uno di quei poeti per cui la poesia è un modo di amplificare l’esperienza e l’azione, di integrare la vita con un complesso di suoni e di forme che di quella vita rappresentano una doppia fioritura”.
Sergio Solmi
“A d'Annunzio non interessa trasmettere alcunché, vuole solo costruire delle strutture e per costruire saccheggia la totalità del vocabolario italiano.”
Giorgio Manganelli
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