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“Rimangano rimangano questi canti su la tomba di mio padre!... Sono frulli d’uccelli, stormire di cipressi, lontano cantare di campane: non disdicono a un camposanto.”
Il colpo di fucile, che il 10 agosto 1867 ha ucciso il padre in un agguato, non cessa di risuonare nei versi di Pascoli intitolati alle umili tamerici: cantano piccole cose quotidiane ma turbate da un presagio di morte, l’ innocenza bruscamente interrotta, il nido infranto.
Vita e fatica dei campi, stupori infantili, affetti e crudeli ferite famigliari faranno la fortuna di Myricae. Ancora contadina all’indomani dell’Unità, l’Italia si riconosce in questa poesia di erbe, fiori e uccelli, dell’idillio mancato e rimpianto, che sembra composta fra i singhiozzi da un Leopardi domestico. Non ci sarà libro di scuola privo del suo umbratile vittimismo, fulcro, per quasi un secolo, dell’educazione patetica e sentimentale degli italiani. Non ci sarà poeta, nel nostro grande Novecento lirico, che non porga l’orecchio al male di vivere del sonoro mondo pascoliano.
La critica
“«Le Myricae si fondano su uno scandalo morale, una vergogna che sopravvive al delitto e alla morte. La poesia è chiamata non solo a risarcire ma a perpetuare la vittima, che non muore perché non cessa di chiedere vendetta. I morti diventano il programma di un sistema poetico. Segno che il Pascoli aveva già chiare in mente le strade che la sua poesia avrebbe percorso in futuro»”.
Cesare Garboli
La fortuna
Anche grazie alla sollecitudine della sorella Maria presso il duce conterraneo, durante il Fascismo la poesia romagnola e famigliare di Pascoli ha un accesso illimitato nei sussidiari e nelle antologie scolastiche, dove resta in seguito saldamente collocata.
L’opera in libreria
In Poesie, Garzanti.
[Annamaria Andreoli]
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