Salone Internazionale del Libro di Torino 2018

Concorso letterario Lingua Madre 2014

Viavai

di Betina Lilián Prenz

I
Mia nonna

1929, partenza dal porto di Trieste.
La traversata è stata divertente. L’imbarco un po’ meno. Con tutti quei poveri diavoli che venivano rimandati indietro perché non superavano la visita medica. Faceva pena vederli. E poi sarebbe potuto capitare a chiunque di noi. Ma io per fortuna mi sono imbarcata. Ora ho messo piede a terra e finalmente sono qua, dall’altra parte dell’Oceano. Lontana da tutta quella miseria e con qualche speranza in più, forse. Purché qualcuno venga a prendermi, come mi è stato promesso, perché non capisco una sola parola e non saprei proprio dove andare. No, non ho paura. Ho diciannove anni e non so che cosa mi aspetta in questo paese, ma non ho paura.

II
Mio padre

1975, partenza dal porto di Buenos Aires.
Certo che ho avuto paura, ma una volta salito sulla nave, ho tirato un sospiro di sollievo e mi sono lasciato tutto alle spalle. Le bambine mi raggiungeranno presto e andrà tutto bene. Fosse stato per me, non me ne sarei mai andato. Me l’hanno consigliato altri, altri più scaltri di me, altri che hanno visto più lontano. Ma io… Come potevo immaginare che le cose sarebbero arrivate a questo punto? A quale persona normale, che vive una vita normale, può venire in mente che forse prima o poi qualcuno verrà a prelevarti da casa tua, nel bel mezzo della notte, per farti magari sparire nel nulla, per torturarti prima e sicuramente ucciderti poi? È assurdo. Ci vuole troppa immaginazione e io non ce l’ho, nemmeno adesso che mi trovo qui, su questa nave, arreso all’evidenza. Non riesco ancora a crederci che stia succedendo veramente. Tanto meno riesco a prevedere che cosa mi riserva questo ritorno forzato alle origini, a casa. Casa?

III
Mio marito

Sì, casa. La casa è ovunque noi siamo. Non capisco perché ti ostini a voler restare a Trieste. Proprio tu. Capirei io, che ci sono nato, ma tu, che non fai che ripetere che Trieste ti sta stretta e che non vedi l’ora di prendere il primo aereo che passa. E non mi guardare con quella faccia da non è vero, io non faccio così. Qui non hai un lavoro e, ora come ora, neanche lo troverai. I concorsi all’università, te li puoi scordare. Sei sprecata. Non so proprio che cosa speri ancora. Ma tutto questo lo sai anche da te. Andiamo via. In qualsiasi altro paese avresti, non dico più possibilità, ma almeno una possibilità in più. Io potrei aprire una mia azienda, senza questa faticaccia immane che mi tocca fare ogni giorno. Che cosa ci stiamo ancora a fare qui? Perché non vuoi che ce ne andiamo?


IV
Io

Andarcene dall’Italia. Che dire? Se rispondo, finiremo per litigare. Per forza, lui non può capire. Per me è già difficile così. Figuriamoci se ci metto dentro un terzo paese. Perché, non penserete mica che sia facile essere nati lì e vivere qui? E mentre si è qui, voler stare lì. E poi andare lì e voler tornare di nuovo qui. E non essere né di qui, né di lì. Anzi, che quando sei qui, sei comunque uno che viene da lì, e quando sei lì, per forza arrivi da qui. Nessuno che ti riconosca mai come uno di loro. La paventata ricchezza della molteplicità culturale nell’individuo è una gran bella fatica, ve lo dico io: emotiva, intellettuale ed economica. Quando poi ci si mettono i figli, ai quali hai cercato di inculcare l'inestimabile valore dell’identità multipla, e ci sei riuscito, il tutto si fa ancora più complicato.

V
Mio figlio

– Voglio andare in Argentina a passare il Natale con i nonni, dice Juan.
Juan, che la prima volta che è andato in Argentina si rivolgeva a tutti quelli che non fossero sua madre in italiano, finché non gli si è accesa la lampadina e, rivolto a lei, ha esclamato: «Ma, mamma, qui tutti parlano come noi!»
– A Natale il biglietto costa troppo.
– Farò il bravo a scuola, dice Juan.
Juan, che in realtà si chiama Juan Antonio. La madre previdente ha scelto per i figli nomi che andassero bene sia di qua sia di là, giusto così, per non metterli in eventuali difficoltà, né di qua, né di là, fossero anche solo di ordine ortografico o di pronuncia. Ma lui ha scelto in Italia di essere Juan e guai a chiamarlo Antonio. Si vede che la diversità la porta nel sangue.
– Non basta che tu sia bravo a scuola per trovare i soldi per il biglietto.
– Ti prometto che avrò un bel voto anche in tedesco, dice Juan.
Juan, che odia il tedesco, così come ha odiato sua madre quando invece dello spagnolo, l’ha obbligato a scegliere come seconda lingua, a scuola, per l’appunto, il tedesco. «Perché non posso fare spagnolo?», domandava imbronciato e quasi piangeva. «Che domande. Perché lo spagnolo lo sai già, no? Sei il solito pigro. Impara un’altra lingua, che ti potrà tornare utile». E guarda un po’ che madre previdente! Chissà che non gli torni utile, semmai dovessero decidere di emigrare in Germania in cerca di lavoro.
– E comunque, vediamo cosa dice papà. Ma papà dirà che a Natale il biglietto costa troppo, e alla fine, farà decidere me, tanto in casa la questione identitaria è sempre roba mia.

VI
Ancora io

E pazienza se non trovo lavoro. E al diavolo i concorsi universitari, e le tasse e i rimborsi che non arrivano, e le cose che non funzionano, al diavolo tutto. Qualcosa mi inventerò. Qui, dove ho fatto la scuola e dove sono i miei amici (mento, molti se ne sono già andati da un bel po’), dove ho vissuto i primi amori e le prime scoperte; è qui che ho avuto il mio primo gatto e che ho provato per la prima volta nostalgia dell’Argentina, è qui che ho imparato a leggere, a scrivere, a pensare e criticare, e che ho avuto le tante borse di studio (quanto l’Italia ha investito su di me … Per farmi emigrare?); qui ho imparato a gustare le estati e gli inverni, qui vedo sempre questo mare, e anche te ho trovato qui, e i nostri figli sono nati qui. È questo il paesaggio che mi ha accolto. Varrà pure la pena di provarci ancora, o bisogna per forza che spicchiamo il volo?


VII
Ancora mio padre

Spiccare il volo. Una bella metafora. Sono potuto rientrare in Argentina soltanto dopo la fine della dittatura. Le mie figlie invece sono rimaste in Italia. Se si è trattato di un esilio? Non direi proprio, anzi, questa è una delle poche parole per cui provo un insuperabile fastidio. In fondo ho sempre pensato, con un certo ottimismo, che i militari mi hanno fatto un grande favore a mandarmi via. Mi piace sempre citare un aneddoto attribuito a Diogene quando venne espulso da Atene. In quell’occasione egli avrebbe detto: mi togliete la città, ma mi lasciate il mondo. Anche Ugo di San Vittore si è espresso magnificamente su questi argomenti dicendo così: l’uomo che trova dolce la sua patria, non è che un tenero principiante; colui per il quale ogni terra è come la propria è già un uomo forte; ma solo è perfetto colui per il quale tutto il mondo non è che un paese straniero. Non che io sia perfetto, ma sì che mi sento un po’ così. Se mi chiedete quali siano le mie radici, se affondano di qua o di là, dalle parti in cui sono nato o in quelle dove sono nati i miei genitori e dove io ho vissuto, o dove vivono ora le mie figlie, beh … rispondo che soltanto gli alberi hanno radici. Perché pensare all’uomo come a un essere che ha le radici, e non piuttosto come a un essere con le ali? Forse l’identità non è solo una questione di passato, ma si può definire piuttosto in funzione di un futuro da costruire, da condividere, da scoprire, qui, lì, altrove, dappertutto. E quale metafora migliore per questo, se non quella delle ali? Per spiccare il volo, appunto…

VIII
Ancora mia nonna

Ho aspettato due giorni all’Albergo degli Immigranti nel porto di Buenos Aires. Alla fine, per fortuna, qualcuno è venuto a prendermi. A distanza di molti anni, posso affermare che, tutto sommato, l’Argentina mi ha trattato bene. Mi ha dato un lavoro, dodici ore al giorno prima, otto poi, passate in fabbrica a confezionare salsicce, per tantissimi lunghi anni. Anni che ricordo con enorme piacere. Ero giovane allora e non mi lamentavo. Ho avuto due figli, li ho fatti studiare, e penso di aver dato loro qualche opportunità in più per vivere meglio di me. Lo spagnolo non l’ho mai imparato del tutto. Lo parlo sempre con quell’accento che distingue noi argentini che veniamo dall’estero. Da quel giorno dell’imbarco nel porto di Trieste non ho mai più rivisto i miei genitori, avevo diciannove anni allora. In Europa ci sono tornata soltanto da vecchia, due o tre volte, non lo ricordo nemmeno bene, a trovare uno dei miei figli che si era trasferito in Italia con la sua famiglia. Ora, che sono ancora più vecchia, sono le mie nipoti a venire a trovare me ogni tanto.

IX
E infine di nuovo io

2013, partenza dall’aeroporto di Ronchi dei Legionari.
Alla fine ho deciso io. Ed eccoci qui, a salutare Juan che va a passare il Natale dai nonni in Argentina. Io ci tengo. Mi rende felice vederlo partire, sapere che va a casa, che starà per un po’ là. E mi rende felice sapere che fra tre settimane lo aspetterò, a casa, qua. Quanto alle metafore, papà, non potremmo introdurre nel lessico familiare qualche altra variante, che ne so, l’uomo è come la chiocciola, che si porta la casa sempre appresso, e non importa dove egli sia, o qualcosa del genere? E se Germania sarà, vorrà dire che nel lessico familiare introdurremo anche un altro avverbio di luogo, oltre al qua e al là. E se Italia sarà, non ho certo più diciannove anni, non so che cosa mi aspetta in questo paese, ma no, non ho paura.

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