Salone Internazionale del Libro di Torino 2018

Concorso letterario Lingua Madre 2014

Amèn Inshallah Shalom

di Giuseppina Corrias

Giacciono qui.

Nonna Cussidda, Nagosa Embaie, Salina Marikos, Afewerki Abraha e altre sette salme senza nome né volto.

In faccia al mar d'Affrica.

Lu mari nostru, lo chiamava confidenzialmente la nonna, quel mare-in-mezzo-alle-terre, popolato da sempre di mostri e di sirene, che ancora oggi alimenta sogni ma stringe in abbracci di morte quanto più appare, a chi vi si avventura ignaro, aperto e addomesticabile.

Trecentosessantasei le vittime accertate nella strage del 3 ottobre 2013, a poche miglia dall’Isola dei Conigli; 20mila dal 1988 a oggi sulle rotte verso Italia, Canarie, Grecia!

Dieci bare di quelle 366 persone, di cui tre identificate e sette ignote, sono arrivate a Sciacca il 16 ottobre, e sono state tumulate nel suo cimitero con rito cristiano e musulmano, celebrato rispettivamente dall’arciprete don Carmelo Lo Bue e l’imam Yusuf Abd al Hady Dispoto.

Riposano in questa kasba di sepolcri aggiuntisi gli uni agli altri con le stesse avide e incomprensibili logiche con cui nella città dei vivi si sono affastellati palazzi signorili dimore borghesi grotte naturali monolocali tuguri chiese magazzini servizi commerciali e botteghe artigiane che degradano sino al porto, mischiandosi senza soluzione di continuità al tripudiante faccendìo dei pescherecci fermi alla rada, che questa notte come tutte le notti, punteggeranno di luci lu mari all’orizzonte. In quella linea sfuggente come una morgana, dove navi pescherecci panfili barconi carrette si chiamano si evitano si sfiorano si scontrano si incontrano…

Embaie, Marikos, Abraha e gli altri sette anonimi sono sepolti vicini, ed é accanto a loro che il figlio Ignazio ha ottenuto, questionando non poco con la burocrazia, che venisse sepolta sua madre, Ciancimino Accursia; in questo modulo funerario a due piani, bianco e luminoso come le facciate delle case estive lungo la costa. E come in molte di quelle case, lungo tutto il primo piano, scorre un assolato ballatoio rifinito da una balconata in ferro battuto che non tarderà a coprirsi di gelsomini e plumerie delicate, come da sempre accade nei balconi di città. Non è del tutto insensato immaginarvi panni stesi al vento, e per chi conosce di quei volti trapassati consuetudini e storia, fantasticare di una loro partecipazione a invisibili riti di quotidiana socialità terrena.

Non hanno dubbi, per esempio, le figlie che li hanno voluti l’uno accanto all’altra, che Giovanni morto nel lontano 1986 e sua moglie Rosalba, che lo ha raggiunto pochi mesi fa dopo avergli cresciuto con coraggio sereno le figlie, ora trascorrano il loro tempo stretti vicini, a godersi sorridenti la vista di monte Kronio verde di macchia mediterranea, e che nelle notti estive di luna piena ne aspirino i profumi intensi che giungono fin qui insieme al luccichio delle acque marine. E questo raccontano alla nipotina Giulia come fosse una fiaba antica, attardandosi con lei nella rotonda centrale, quasi una piazzetta, buona per sostare e inventare fole che alimentino ogni volta questo meraviglioso scambio di amorosi sensi...

Non hanno dubbi il Figlio … I figli sono tre, due maschi e una femmina, ma i folli sensi d’amore, si sa, poco hanno a che fare con i dati dell’anagrafe… Non hanno dubbi, dunque, il Figlio e i nipoti che la defunta avrà presto un ruolo attivo in questa invisibile trama di rapporti mistici tra morti. Certo, prima le ci vorrà un attimo di ritiro per superare lo spaesamento iniziale. La signora Ciancimino era territoriale, attaccata ai suoi spazi domestici e ai suoi riti casalinghi in modo quasi ossessivo ma era anche vitale e sapiente, aperta e intelligente. Non tarderà, dunque, si può immaginare, a prendere la parola e a fare di te Embaie e di te Marikos, le sue interlocutrici preferite. Vedrete, vi troverete bene qui, con lei.

Non conoscono, i siciliani, quel rozzo razzismo che altrove caratterizza il linguaggio perfino dei politici, forse per motivi storici più che per scelta civica, per una convinzione di inscalfibile superiorità più che per bontà.

– Lei non è di qua, vero? – esordirà di certo come quasi tutti, ma questo é l’unico paletto di confine che i saccensi pongono prima di sommergervi con la loro curiosità sempre un po’ scettica e i loro cibi succulenti. Del resto, tanti vostri fratelli sono arrivati qui con più fortuna di voi, grazie al cielo! E vi si sono fermati. Basta fare un giro il sabato al mercato della Bataranna. Troverete una strada intera tappezzata di rettangoli colmi della solita merce griffata presidiati da giovani di colore dai corpi perfetti e il sorriso immacolato. Sempre, ad una certa ora, arrivano le guardie comunali e il più anziano, con lo stesso tono pacato, Picciotti… premette, e immancabilmente si interrompe perché, come ogni volta, già da subito gli ammoniti hanno iniziato a sgomberare ogni cosa con gesti apparentemente affannati e gli occhi pieni di timore, per poi risistemare alacremente tutto non appena i rappresentanti dell’Ordine hanno girato le spalle, fingendo di non vedere… Come vuole la recita a soggetto e il gioco delle parti. Sì, non sono razzisti i saccensi. E anche voi potete già vederne i segni in quel vaso bianco accanto agli altri debitamente segnato a pennarello, “naufraghi di Lampedusa”, dove non mancano mai acqua e fiori freschi.

Sì, perché se qualcosa… se molto non funziona nemmeno qui nell’accoglienza dei migranti non è per intolleranza. Ricordate la generosità con cui turisti e locali hanno aiutato altri naufraghi lungo queste coste? Forse anche di essa avete tenuto conto quando, nell’attesa della partenza, il dubbio vi assaliva e la paura rischiava di vincerla sull’onda del desiderio e la bellezza del sogno…

Embaie e Marikos, naufragate e morte, che riposate qui accanto a questa salma che fu la nonna dei miei figli, lasciate, vi prego, come avreste fatto di certo se l’aveste conosciuta viva, che io intrecci in qualche modo la sua vita senza storia con la vostra, giovani coraggiose in fuga da una terra massacrata; permettete che le mie parole, un po’ farneticanti, si illudano di poter compiere un ultimo atto di umana accoglienza alla vostra storia, finita così tragicamente in questa terra.

Questo vi chiedo di concedermi e di questo vi ringrazio e vi chiedo al contempo perdono: che almeno in queste pagine un’altra volta il vostro nome risuoni, Embaie e Marikos, e che di voi, come di Abraha e delle altre sette vittime, venga riaffermata l’esistenza; e che, insieme e grazie a voi, io possa fare memoria della donna dai cui lombi discendono i miei figli e i figli dei miei figli…

Della sua lunga maratona terrena – aveva compiuto novant’anni proprio quello stesso 16 ottobre in cui le vostre bare sono giunte a Sciacca – é sembrato che proprio questo, il suo essere nonna, fosse la cifra che più ne restituiva il brillio dell’essere; questa l’immagine da conservare come scia luminosa dopo la sua scomparsa; questa la leggenda da tramandare sulla relazione amorosa che aveva saputo imbastire con tenerezza e arguzia con i nipoti e con le nipotine e perfino con i piccoli che ricambiavano la nonna vecchia anche da lontano con istintivo riconoscimento e calore.

Non aveva remore neanche negli ultimi giorni, al telefono, ad esclamare appassionata Beddu meu!, ridendo soddisfatta delle ennesime conquiste del nipote fintamente sciuppaffimmine; né recitava, quando piena di emozione, sussurrava quasi fra sé e sé: Sciatu meu! Fiato… respiro mio…, antica dichiarazione d’amore riservata al Figlio, ed ora riaccesasi nel cuore per gli ultimi arrivati, gli unici a riempire di novità il suo consunto carnet di aneddoti…

È, dunque, con i fili di questo carisma che proverò a intessere la trama de lu cuntu di cui farvi eroine, Embaie e Marikos, come Angelica e Bradamante sorella di Rinaldo nell’Opera dei Pupi, perché non siate giunte invano sino a queste sponde, e non si perda nel niente la vostra storia terrena affogata dentro questo mare comune.

Questo è anche il povero dono che, grazie a nonna Cussidda, io vorrei farvi, insieme a quel bouquet che giorni fa ho posto accanto ai vostri loculi, distribuendo i suoi fiori a parenti e sconosciuti, come avviene per la grazia di dio nella comunione dei santi…

Solamente unu cuntu.

Che come tutti, incomincia con un trauma, un fatto tragico e luttuoso: l’allontanamento dalla casa materna… L’attraversamento di una foresta selvaggia… l’incontro con orchi ed aguzzini… lo sprofondamento in un orribile buco nero…

I vostri corpi, come quello della nonna, ne portano ancora i segni. Della vostra e sua bellezza non è rimasta traccia nelle membra sfigurate che continuano il loro disfacimento nel buio dello zinco, dopo essere stati esposti impietosamente per giorni allo sguardo dei vivi.

– Perché non le hanno rimesso la dentiera! Lei ci teneva così tanto alla sua immagine… –, si doleva insensatamente la nipote, quando l’aveva trovata già così offesa dalla morte sulla balata di marmo della camera mortuaria, e raccontava non si sa a chi che quell’ultima mattina, quando si era resa conto di dove era giunta la sua vita Staju murendu aveva gridato la nonna, agitando le braccia furiosamente e poi, con la lucida presenza a sé di sempre, Pottami la dentiera! Aveva comandato, in un’ultima disperata affermazione della sua irrinunciabile finta integrità.

Dovete aver pazienza con lei, amiche e vicine, essere buone…

Inizialmente potrebbe giungervi per giorni un lamentoso piagnucolio, lo stesso che l’ha accompagnata di continuo dopo la caduta… potreste sentirla imprecare stizzosamente mandare ingiurie prima di tutti a se stessa. Bedda cucca, ripeterà più volte, forse… Ed è possibile che un giorno, senza ancora aver mai chiesto nulla degli altri, riviva davanti a voi il suo ultimo calvario… Quei giorni e giorni di ansia e malessere crescente fino a quella mattina… la paura… il panico quando aveva sentito che qualcosa di irreparabile era successo e chiedeva aiuto incapace di stare ferma un secondo… l’accorrere dei familiari e il viaggio verso l’ospedale… eppoi, quell’oppressione al petto che non la abbandonava il respiro strozzato con i polmoni già pieni di acqua – dissero i medici – il cuore che le batteva all’impazzata e quella forza disperata con cui andava urlando il dolore che le attanagliava la gamba operata la spalla rotta tutto tutto il corpo… un giorno intero… e poi una spossatezza infinita un lasciarsi andare piano piano fino all’ultimo guizzo convulso delle mani a cercare un appiglio – caru…caru…cado…cado… – e il precipitare di colpo nell’abisso.

Nel modulo funebre, condominio di morti, per molto tempo la sera si sentirà il vostro pianto accompagnare la rammemorazione di quegli ultimi terribili momenti della vostra vita, di quella lotta inane che vi ha viste sconfitte, tutte vittime di una sorte comune. Terribile è la morte per chi la combatte… per chi la vede avanzare e sente che non potrà vincerla.

Embaie, Marikos, Abraha, Accursia e Voi-senza-nome, corpi di storie tutte uguali di poveri esseri mortali, quanto dolore!!! Quanto dolore, anime sante! Riposate in pace.

Ma quante volte dovremmo augurarvela la pace perché cessi il vostro pianto, finisca lo strazio e voi risplendiate nella luce?

Non lo so, ma so che un giorno avverrà.

Nonna solleverà il volto verso di voi… bella come era da giovane… come l’ha vista il Figlio nell’ultimo saluto… solleverà gli occhi non più offuscati e ti sorriderà nel riconoscere, Embaie, nella tua bellezza bruna il suo stesso antico splendore… e si intenerirà, – oh, con quale intensità Marikos! – quando scoprirà la fragile delicatezza bionda del tuo volto di piccolo angelo, come ti chiama tuo fratello nel suo addio stampato sulla tomba…

Oh, sì, un giorno avverrà. E qualcosa della vostra solitudine, dello sperdimento che nasce dall’inappartenenza andrà piano piano addolcendosi… e l’incontro avverrà qui… prima che altrove in eterno.

Insieme a lei, abbiate pace, sorelle e fratelli del Mare Nostro. E pace a voi tutte, anime migranti in terre nuove e nuovi cieli. E che quelli che restano, non dimentichino. Almeno, per quanto loro è dato.

Shalom Inshallah Amèn

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