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    In questi mesi, la crisi pandemica ci ha costretti a trovare nuove strade per promuovere la cultura e il libro, per tenere unità la comunità dei lettori che da sempre vede nel Salone una casa comune, un porto sicuro e, allo stesso tempo, una frontiera piena di sorprese. 

    Per farlo, ci siamo inventati tanti modi di starvi vicini: pur non potendo davvero sostituire la condivisione degli spazi di una grande festa in carne e ossa, avete scoperto con noi come è possibile sentirsi uniti e vicini, anche in tempi difficili, tramite la Rete. 

    Così abbiamo inventato SalTo EXTRA. Un’edizione dedicata alle vittime del Covid-19 e al personale medico impegnato in prima linea, nata dalla voglia di reagire, di proporre e non solo rimandare, di pensare – insieme - a un’alternativa.

    Quattro giorni140 ospiti da tutto il mondo, più di 60 incontri. In più di 30 ore di diretta streaming si sono avvicendati sul palcoscenico virtuale del Salone alcune delle menti più importanti del panorama nazionale e internazionale.

    Cos'è successo? Ecco qualche esempio:

     

     

    Per rivivere tutti i momenti più importanti di SalTo EXTRA, potete consultare il nostro archivio multimediale: ecco Salto EXTRA Replay!

     

    Qualche tempo dopo, ci siamo dati un'altra missione: raccontare come il mondo della cultura stava cercando di ripartire. Incontrare chi, in questo momento difficile, sta mantenendo vivi quei baluardi e avamposti della cultura che sono librerie, teatri, biblioteche e musei. Con un piccolo aiuto dei nostri partner. 

    Così è nato SalTo Notte. Un grand tour in sei puntate che ha toccato i centri nevralgici della nostra cultura, ospitato alcune delle voci più interessanti del panorama internazionale e che ci ha accompagnato lungo tutta questa strana estate.

    Qualche esempio?

     

     

    Per rivivere tutte le emozioni di SalTo Notte, visita il nostro archivio multimediale!

     

    Per riguardare con calma tutti i nostri video, seguici su Youtube!

     

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    social title: Paolo Fabbri e la freccia del tempo

    IL SEMIOLOGO PAOLO FABBRI CI HA LASCIATI IERI, A 81 ANNI. PER RICORDARLO, RIPUBBLICHIAMO UN SUO INTERVENTO PER IL PROGRAMMA MILLEPIANI DI CULT NETWORK RACCOLTO DA LOREDANA LIPPERINI SUL SUO BLOG, LIPPERATURA.


    Si è spuntata la freccia del tempo. Chi sa se ci sveglieremo domani e sarà domani? Io sospetto che quando ci sveglieremo domani sarà oggi, cioè l'oggi del domani. È che probabilmente il tempo futuro, che una volta ci aveva tanto attirati e che sembrava il posto in cui avremmo avuto voglia di andare tutti ad abitare, è un po' in crisi. Oggi tutto sommato vogliamo stare nel presente. Certo, l'obiezione che si potrebbe fare è che il presente è destinato a passare per definizione, ogni presente diventa subito al passato, come quando ho detto qualche momento fa presente, era già passato. Sì, è vero, però quando si perde la prospettiva del futuro è difficile pensare al domani se non come un oggi che si ripete. Così è quando si perde la capacità e la forza dell'utopia: si passa sconvolti dal presente al presente, dall'oggi all'oggi, e allora non c'è ragione che venga il domani.

    Forse la freccia del tempo non si è spuntata, diciamo che si è distorta. Ma si è distorta male, perché una volta pensavamo che ci fosse prima il passato, poi il presente e poi si guardava verso il futuro, verso l'utopia. Forse non guardavamo bene, il modo giusto di fare le cose doveva essere diverso, dovevamo collocarci davvero nel futuro e mantenere la tensione del futuro, poi dal futuro si guardava al passato, si sceglievano le cose giuste in funzione dei progetti del futuro e poi si tornava al presente. Cioè la freccia del tempo dovrebbe cominciare dal futuro, tornare al passato e venire al presente, carico di un futuro che avesse avuto conoscenza del passato. Ma la freccia del tempo si è storta di nuovo e andiamo sconvolti dal presente al presente.

    C'era una volta il piano quinquennale: una volta si poteva pensare addirittura per anni la nostra società e costruire, come in momenti orgogliosi del massimo del comunismo detto reale e realizzato, organizzare una società per addirittura cinque anni, cosa che a me sembra del tutto inverosimile, e che nell'epoca del presente generalizzato, del presente in tensione ci sconvolge. Allora la programmazione, che un tempo era una problematica di società, è diventata una problematica di computer: la programmazione è, molto semplicemente, il modo con cui il programma del computer organizza la nostra giornata prima che noi intraprendiamo le nostre attività. Allora la questione è entrata addirittura nel vocabolario quotidiano. La gente dice: "mi sono programmato" per fare questa cosa. E di colpo la nozione di programma che è stata perduta dalla società è stata interiorizzata dai soggetti per via di macchina. Quando diciamo «ci siamo programmati» diciamo, molto semplicemente, «stiamo solo eseguendo le istruzioni del programma inscritto nel nostro PC».

    Siamo in un'epoca revisionista, sotto tutti i punti di vista. Ad esempio, abbiamo una sconsiderata passione per il passato, una tendenza a giudicarlo, e anziché pensare che uno dei modi di usare il passato è quello di dimenticarlo, e che forse aprire l'avvenire è solo possibile una volta che si è messo da parte il passato - era l'idea delle avanguardie del secolo scorso -, oggi la fine del futuro fa sì che abbiamo una straordinaria passione per il passato. Evidentemente questa passione per il passato fa sì che abbiamo l'impressione di noi stessi come di «nani seduti sulle spalle dei giganti». Nessuno pensa che sia possibile un gigante seduto sulle spalle di un nano, e quindi è impossibile che nel futuro ci siano giganti che stimino il passato come un mondo di nani. Il risultato però è che inevitabilmente si pensa il passato nei termini dell'età dell'oro. C'è stata l'età dell'oro, quella dell'argento, quella del ferro, e poi verrà anche l'età del piombo: gli anni futuri potrebbero essere di piombo, tanto è vero che si parla molto di declino: le culture finiscono quando non riescono più a pensare il futuro e l'utopia, per pensarci come società costantemente minacciata dal declino.

    Lo zero è un'invenzione recente: i latini e i greci non avevano lo zero. Ci sono voluti gli arabi, alla fine del primo millennio, che hanno inventato lo zero e ci hanno permesso di far sì che quella cosa che sembra che non conti niente conti tantissimo: basta attaccare uno o due zeri (che sommati non danno nulla) a una cifra e passiamo da dieci a cento a mille. Nulla è più potente dello zero, che apparentemente non conta nulla e in realtà ha un valore di calcolo immenso. Una di quelle grandi invenzioni della matematica che ha un peso così grande... Zero ha la stessa radice di «zefiro», che vuol dire «soffio», e in arabo vuol dire semplicemente nello stesso tempo «vento» e «cifra», lo zero è per definizione la vera cifra. Così siamo oggi nel valore dello zero ma, più che nella cifra moltiplicante, nello zero alito e vento. Pensate alla «tolleranza zero», allo «sviluppo zero», al «grado zero della politica».

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    social title: Luis Sepúlveda: il ricordo di Ilide Carmignani

    PUBBLICHIAMO UN TOCCANTE RICORDO DI LUIS SEPÚLVEDA DI ILIDE CARMIGNANI, TRADUTTRICE DEI SUOI LIBRI E, SOPRATTUTTO, AMICA. IL PEZZO È TRATTO DAL CATALOGO DEDICA A LUIS SEPÚLVEDA PUBBLICATO DA DEDICA FESTIVAL, CHE RINGRAZIAMO.


    Luis Sepúlveda è stato un grandissimo regalo che mi ha fatto la vita, e sono grata. Con lui però se ne va una parte di me e adesso, così stordita, non trovo le parole per salutarlo, ho solo questo vecchio pezzo scritto per lui quando la strada da fare insieme era ancora lunga. Il mio pensiero ora va a Pelusa, che vorrei tanto abbracciare forte.

    Davanti alla scrivania ho la foto di un uomo robusto con barba e capelli neri. Ha occhiali scuri, un giubbotto di pelle e sorride in mezzo a un fiume di pecore bianche. Dietro di lui si stende il grigio tenue di una prateria tagliata da recinti precari, pezzi di legno e filo spinato. L’uomo allarga le braccia ed è come se quel gesto aprisse la foto, la spiegasse davanti al mio sguardo. L’orizzonte non si vede, ma io so che è ampio, sconfinato, perché siamo in Patagonia. Quell’uomo robusto con barba e capelli neri si chiama Luis Sepúlveda e mi ha tenuto compagnia per vari anni della mia vita: ogni mattina mi sono seduta a tradurre le sue storie fino a sera, venticinque libri, un buon numero di poesie, due sceneggiature e non so più quanti articoli che hanno dato il loro respiro, il loro colore alle mie giornate, un filo di parole così lungo da legare a lui per sempre quei pezzi del mio passato: figli che nascevano, genitori che morivano, gioie e dolori della vita.

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    Una vecchia metafora sostiene che tradurre è come mettere i piedi nelle orme dell’altro, ed è grande lo sforzo per misurare esattamente il passo, perché sia di quella certa lunghezza, ora così pesante ora così leggero sulla sua terra latinoamericana. A volte manca il terreno sotto i piedi: quella prateria è fatta di erbe che non hanno nome in italiano e quell’estate accecante splende durante il nostro inverno. A volte lo smarrimento è più sottile: perché lo scrittore ha preso quel passo, perché si è avviato proprio su quel sentiero fra tutte le strade che poteva battere nella sua lingua, nella sua letteratura? L’inseguimento si fa più complicato, non basta studiare il paesaggio, c’è bisogno di ascolto. Allora, nel silenzio, risuona piano la voce di un assente, che racconta di altri e di sé e, come sempre accade, racconta di sé anche raccontando di altri. Claudio Magris ha detto che «per tradurre un colore che cala una sera su un’ansa di un fiume, bisognerebbe in qualche modo sapere cosa è stato quel vissuto, in quella sera». Credo che sia a questa intimità estrema, quasi spaventosa, che tendono tutti i traduttori, pur accontentandosi alla fine di semplici presentimenti, piccole intuizioni, minuscole scoperte.

    Qualche volta l’intimità di carta che lega il traduttore allo scrittore è scossa da un incontro reale. La prima volta che ho incontrato Luis Sepúlveda è stato più di vent’anni fa e potrei raccontarvi dell’ansia che mi tenne compagnia durante tutto il viaggio dalla colline toscane a Milano, perché un traduttore viene accolto con tenace diffidenza, non è di casa né di qua né di là dal confine che separa due lingue, due mondi, ed è sempre in precario equilibrio sul crinale sottile che divide fedeltà e bellezza. Potrei dirvi del batticuore che quella sera mi prese nella hall dell’albergo quando dall’ascensore uscì un uomo robusto con barba e capelli neri uguale preciso alla foto pubblicata sui giornali con scritto sotto “Luis Sepúlveda”. Potrei dirvi dello sguardo interrogativo che lui mi rivolse, dell’esitazione nella mia voce quando mi presentai, e dell’abbraccio da orso con cui quasi mi sollevò da terra mentre mi ringraziava per avergli prestato la mia voce davanti ai lettori italiani. Non traditrice, ma compañera de camino.

    Se le fotografie mostrassero anche l’altro lato e cioè la scena che ha davanti l’uomo con la barba e i capelli neri, so che vedrei un uomo magro, vestito di scuro, con la barba e i capelli rossi resi grigi dal bianco e nero, Daniel Mordzinski, il fotografo che l’ha scattata. Da quella sera di vent’anni fa, a Milano, Luis Sepúlveda non ha mai mancato di farmi sedere alla sua tavola, accanto a Daniel, a Pelusa, a Bruno, agli amici di tanti paesi lontani, per stare insieme davanti a un bicchiere di vino. E io non potrei essergli più grata per questa strada percorsa insieme.

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    social title: Silent Book Contest 2020

    Il premio Silent Book Contest 2020 - Gianni De Conno Award, il primo concorso internazionale dedicato ai libri senza parole, è promosso da Carthusia, Salone del Libro, Bologna Children’s Book Fair, il Comune di Mulazzo e l’Associazione Montereggio Paese dei Librai, IOB International Organization of Book Towns, il Centro per il libro e la lettura e IBBY Italia.

    Giunto alla settima edizione, il contest chiama artisti di tutto il mondo a ideare un progetto libro inedito realizzato esclusivamente attraverso la narrazione per immagini. L’edizione 2020 ha visto una grande partecipazione – oltre 200 opere candidate; per questo motivo è stato deciso di aumentare il numero dei progetti selezionati (dai 10 tradizionali a 12).

    I 12 finalisti del Silent Book Contest 2020 sono:

    • All the lonely people di Mariann Maray (Ungheria)
    • Bolezn di Rina Allek (Russia)
    • Game, set, match di Bistra Masseva (Bulgaria)
    • Habitat di Laura Maggioni and Giulia Bazzu (Italia)
    • Hey Human, see what you do di Milk DoNg Comics (Cina)
    • Hey, I’m grey di Daria Solak Illustrations (Polonia)
    • Hide and Seek di David Hearn (Inghilterra)
    • La sciarpa blu di Agnese Leone (Italia)
    • La Serra di Giovanni Colaneri (Italia)
    • Odori della strada di Olga Shevchenko (Russia)
    • The courage, in mountain wind di Li Yao (Cina)
    • The Night Hunt di Lucie Stastna (Repubblica Ceca)

    A completare il progetto è stata realizzata una Mostra Virtuale dei 12 finalisti del Silent Book Contest - Gianni De Conno Award 2020. Un progetto espositivo concepito come un percorso visivo e coinvolgente tra le immagini dei 12 progetti finalisti della VII edizione del SBC 2020 e dei i 6 libri vincitori delle sei precedenti edizioni.

    Per visitarla basta cliccare qui.


    Il premio Silent Book Contest 2020 apre anche una nuova sezione Junior con il sostegno di BPER Banca.

    Accanto alla Giuria Internazionale ci sarà infatti una giuria di bambini. Il Salone invita le classi terze e quarte della scuola primaria a candidarsi come giurati. Gli alunni delle classi selezionate visioneranno on-line i 12 libri finalisti del SBC 2020 e decreteranno il loro Silent Book vincitore, che sarà annunciato al prossimo Salone e pubblicato da Carthusia.

    Trovi tutte le informazioni per partecipare qui.

     

    author: Redazione
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    social title: Addio Luis Sepúlveda

    Abbiamo appreso con dolore della scomparsa dello scrittore, e amico, Luis Sepúlveda.
    Lo salutiamo con le parole del nostro direttore Nicola Lagioia:

    Con Luis Sepúlveda (Lucho, come lo chiamavano gli amici) se ne va un pezzo di famiglia allargata del Salone del Libro. L'ultima volta che ci siamo visti è stato lo scorso maggio, e prima ancora a novembre. Questo per dire che Sepúlveda è stato un grande amico della nostra manifestazione.

    Il nostro abbraccio va a Carmen, sua moglie, a Luigi Brioschi, Paola Avigdor e tutto l'eccezionale gruppo di lavoro di Guanda, la casa editrice di Sepúlveda in Italia, a Ilide Carmignani, traduttrice e grande amica di Sepúlveda da molti anni. Ai romanzi, alla letteratura favolistica, si aggiunge il ricordo del suo impegno. Non gli sembrava che l'America Latina stesse facendo passi avanti per ciò che riguarda la giustizia sociale, il progresso democratico e la difesa dei diritti civili. Non gli sembrava che passi in avanti li stesse facendo l'Europa.

    Addio Lucho da tutto il gruppo di lavoro del Salone del Libro. Ti porteremo sempre con noi.