La riflessione dei due filosofi su L’Infinito leopardiano, a duecento anni dalla sua composizione (dalla Redazione)

Duecento anni, ma non li dimostra. Ancora oggi si pone davanti alla nostra lettura, invitandoci a una riflessione affascinante quanto sconvolgente. Stiamo parlando di L’Infinito di Giacomo Leopardi, al quale il Salone Internazioanle del Libro ha reso omaggio con il confronto tra due esegeti di eccezione; i filosofi Massimo Cacciari e Giulio Giorello. A moderare l’incontro, a cura della Regione Marche – regione ospite d’onore dell’edizione 2019 del Salone – è stato il critico letterario Paolo Dorfles.
«Una poesia non è un’equazione che si risolve una volta per tutte, ci costringe a interrogarci costantemente» ha osservato Massimo Cacciari. Questo è stato lo spunto per prendere per mano il pubblico del Salone e condurlo tra le righe della lirica leopardiana.
“L’ermo colle” e “la siepe” sono la metafora del fenomeno, nel senso etimologico del termine, cioè della realtà che appare sotto i nostri occhi. 
Nel corso della lettura Cacciari si è soffermato su questo verso fondamentale: “Io nel pensier mi fingo; ove per poco il cor non si spaura”. «Se l’intelletto si ferma alla realtà che vede l’anima si spinge oltre e si aggancia alla facoltà dell’immaginazione; ecco, allora, che subentra la paura, perché il desiderio di conoscenza comporta inevitabilmente il sentimento della paura».
Il viaggio dell’animo umano non si arresta, ma procede oltre. Ed allora: “Immensità s'annega il pensier mio: E il naufragar m'è dolce in questo mare”. «Secondo Leopardi – ha commentato Cacciari - la nostra anima prende consapevolezza dell’indefinito e allora la paura cede il passo a un processo di riappacificazione con l’universo, frutto di una tensione continua tra ragione e immaginazione».Su questo conflitto – naturale, inevitabile ed essenziale per la nostra vita – ha posto l’attenzione Giulio Giorello.
«C’è in Leopardi – ha spiegato Giorello – una critica alla fiducia fideistica della ragione, il poeta si ribella a questo status quo». Proseguendo su questo punto, Giorello ha rilevato: «In questa critica risiede l’attualità e la costante lezione de L’infinito». Ha concluso Giorello: «La ragione fa luce, ma non fa chiarimento su tutti i problemi del vivere umano: una prova di responsabilità che tocca oggi più che mai il ruolo della scienza e il significato delle sue conquiste».