Achille Lauro, Frankie Hi-nrg MC e Francesca Serafini riflettono sui nuovi linguaggi dell’arte (dalla Redazione)

È un caldo pomeriggio di agosto e siamo nel West Bronx, New York. È il 1973. In un condominio popolare, una ragazza e suo fratello minore, un ragazzone di 18 anni che si chiama Kool Herc, organizzano un festa per alcuni amici. Nelle feste precedenti aveva notato che le persone ballavano più volentieri in un momento preciso delle canzoni: il break di batteria. C’era un problema. Quel momento, di solito, durava dai 10 ai 15 secondi, così le persone dovevano aspettare quasi 5 minuti per ritrovarlo nel pezzo successivo. Così Kool Herc ha un’idea: se eliminassimo tutto il resto e lasciassimo i break di batteria? Anzi, se facessimo solo break di batteria? In quella festa, l’11 agosto del 1973, con ragazzini che avevano da poco raggiunto la pubertà, Kool Herc inventa qualcosa di nuovo. Qualcosa che, di lì a poco, verrà battezzato Hip Hop.
Questa storia la racconta Frankie Hi-nrg MC. «Di qua tutto è partito», confessa. In effetti, la tendenza dei giovani ad eliminare il noioso non sembra essere scemata negli anni ‘70, se si nota come YouTube, Instagram e le principali nuove forme di intrattenimento puntino tutte sul medesimo principio. Eliminare tutto quello che non piace. Anticipare i gusti degli ascoltatori e proporlo.
Eppure sono proprio i rapper a notare i pericoli dietro questi meccanismi. «Nell’arte sono fondamentali i limiti. Stabilire i confini è propedeutico a qualsiasi lavoro. Devo sapere cosa c’è dentro e cosa c’è fuori. Cosa dire e cosa non dire – continua Frankie MC – Se non lasciassi nulla all’ascoltatore, lo perderei». Dello stesso avviso anche la sceneggiatrice Francesca Serafini. «Emozionare e comunicare sono attività ben distinte. Se comunico troppo, non c’è pathos, coinvolgimento. Lo spettatore deve svolgere un lavoro interpretativo, solo così può arrivare
l’emozione. Non dobbiamo considerare idiota il nostro pubblico».
È possibile raggiungere questo in una canzone? «Ho iniziato scrivendo storielle – racconta il rapper Achille LauroNon scrivo pensando ai gusti del pubblico, ma semplicemente per condividere una sensazione, un’emozione. Lo stile, poi, fa la sua parte. Viviamo in un’epoca di immagini e dobbiamo farci i conti. Non penso ad essere perfetto. Ci sono stati autori che hanno emozionato moltissimo senza essere perfetti. Pensiamo a Rino Gaetano, a Loredana Bertè o a Vasco Rossi. L’importante – conclude – è incuriosire il pubblico». Il pubblico ha davvero voglia di fare questo lavoro ermeneutico? «Viviamo in un’epoca di punti esclamativi, di sentenze – chiosa Frankie MC - Dovremmo tornare ai punti di domanda. Le domande uniscono, con gli esclamativi, invece, non si va da nessuna parte. Al governo, forse». Mostrare alla gente solo quello che vuole, con mezzi semplicistici e immediati, è considerata una caratteristica dei populismi.
Forse, per tornare a farci tutte le domande che i rapper si augurano, la prossima volta, prima di ballare il break, potremmo ascoltare gli altri, noiosissimi, cinque minuti.