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  • TORINO // LINGOTTO FIERE // 09 - 13 MAGGIO 2019

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    Sacchi, l’allenatore che cambiò il calcio

    Arrigo Sacchi, ex-allenatore del Milan e della Nazionale ha presentato il suo libro La coppa degli immortali dedicata al Milan che nell’89 vinse la finale della Coppa dei Campioni (dalla Redazione)

    Il Milan che scese in campo al Camp Nou durante la finale di Coppa dei Campioni il 24 maggio 1989 se lo ricordano tutti. Anche chi non è milanista. Se ami il calcio non puoi non conoscerlo e apprezzarlo. Quella squadra vinse la finale contro i rumeni della Steaua Bucarest per 4-0 ed era guidata da Arrigo Sacchi che di quegli anni ha voluto parlare nel suo libro La coppa degli immortali. L’ex allenatore, considerato da molti uno dei migliori, ha stravolto la storia del calcio, e ha presentato il proprio scritto nella giornata finale del Salone Internazionale del Libro, con la partecipazione di Luigi Garlando, co-autore del libro, in dialogo con il giornalista sportivo Luca Ussia.
    I rossoneri sotto la guida di Sacchi dal 1987 al 1991 vengono ricordati come una delle migliori squadre di tutti i tempi: uno Scudetto, una Supercoppa italiana, due Coppe dei Campioni, due Supercoppe europee e due Coppe Intercontinentali. Questi i traguardi raggiunti dalla squadra degli Immortali. «Era la sera della finale, nel secondo tempo i rossoneri rientrarono in campo, e Altobelli disse all’arbitro: li conti bene, nel
    primo tempo erano in quindici.»
    Il dialogo orbita intorno ad un’idea di calcio che Arrigo fece nascere proprio in quelli anni, mettendola in pratica anche come Commissario tecnico della Nazionale italiana vicecampione del mondo al Mondiale ‘94: alla fase difensiva aggiunse il pressing sistematico a centrocampo e divenne famoso per i suoi pesanti e severi allenamenti in cui applicò vari principi legati al cosiddetto calcio totale della Nazionale olandese di Johan Cruijff, che ammirava sin da ragazzo. «Prima del Milan allenavo squadre modeste che aspiravano solo alla salvezza - racconta Sacchi – All’epoca avevano trasformato il calcio da offensivo e di squadra in uno sport difensivo e individuale. Io ho pensato che il calcio nascesse dalla mente e non dai piedi. Il rischio doveva essere alla base di ogni mia cosa, il nuovo e le sfide non mi facevano paura. Solo che mancava una componente fondamentale, ovvero il Club. Quando arrivai a Milano Berlusconi mi disse che dovevamo diventare la più grande quadra del mondo, avevo trovato pane per i miei denti. Ricordo un episodio – conclude -, avevamo vinto 2-0 contro il Pescara, ma io non era di buon umore e Galliani mi chiese come mai: non avevamo giocato bene.»
    L’impronta di un atteggiamento deciso ad osare e a non abbassare mai la guardia viene sottolineato anche dai ricordi di Luigi Garlandi che ha scritto il libro con l’ex allenatore: «I suoi appunti sono stati per me una scatola nera della passione che il mister ci metteva in ogni partita. Schemi di gioco, pagine fitte di appunti, promemoria - conclude Garlandi - Lui che di parole nei suoi appunti calcistici ne aveva scritte tante, ne trovò solo una la sera della finale del’89: fantastici!»

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